Il 17 ottobre è la Giornata mondiale contro la povertà, istituita dall’ONU nel 1992. Per anni, Papa Francesco l‘ha accompagnata con parole che non si fermano alla denuncia: chiedono qualcosa di preciso, chiedono gesti, azioni, una conversione del comportamento quotidiano. Questa frase di Papa Francesco che riprende la Prima Lettera di Giovanni è diventata una delle cifre del suo pontificato: meno retorica, più concretezza. In un mondo in cui la povertà si commenta più facilmente di quanto non si affronti, quelle parole fanno ancora effetto:
“Non amiamo a parole o con la lingua, ma con i fatti e in verità.” – Papa Francesco, riprendendo 1Gv 3,18

La Giornata mondiale contro la povertà non è una commemorazione: è un invito all’azione. Lo spirito con cui è stata istituita – e con cui Papa Francesco l’ha rilanciata ogni anno – è che la povertà non sia un dato strutturale da osservare da lontano, ma una realtà che riguarda tutti, che chiede una risposta personale prima ancora che politica. “Chi resta indietro” non è una categoria astratta: è il vicino di casa che non riesce a pagare le bollette, la mamma che taglia sul cibo per far mangiare i figli, l’anziano che non ha nessuno che venga a trovarlo.
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Papa Francesco ha costruito negli anni un magistero della prossimità che non separa la dimensione spirituale da quella materiale. In più occasioni detto anche:
“La povertà non è una fatalità, è una scelta nostra, nel senso che possiamo scegliere di cambiarla o di ignorarla.”
Non si tratta di colpevolizzare chi sta bene: si tratta di ricordare che il benessere porta con sé una responsabilità verso chi non ce l’ha.
Quella responsabilità non richiede gesti eroici. Richiede gesti piccoli, concreti, ripetibili, quelli che Madre Teresa chiamava “cose piccole con grande amore” e che Papa Francesco chiamava “amare con i fatti”. Non serve risolvere la povertà del mondo: serve fare qualcosa, adesso, nella propria vita. Perché il contrario dell’amore concreto non è l’odio: è l’indifferenza.
5 gesti concreti per la Giornata mondiale contro la povertà
- Donare quello che non si usa davvero. Non il resto che avanza, ma qualcosa di buono: un cappotto ancora in ottimo stato, libri, scarpe, vestiti dei bambini già cresciuti. I centri di raccolta Caritas, Sant’Egidio e le associazioni locali hanno sempre bisogno di beni in buone condizioni, non di scarti.
- Fare la spesa in più. Quando si va al supermercato, aggiungere qualche prodotto a lunga conservazione da mettere nel cestino della raccolta alimentare: pasta, legumi in scatola, tonno, olio. La maggior parte dei supermercati ha un punto di raccolta vicino all’uscita, e un euro in più alla settimana non pesa.
- Guardare chi si ha intorno. Spesso le persone in difficoltà non chiedono aiuto: per orgoglio, per vergogna, perché non sanno come farlo. Un vicino anziano, una famiglia che si vede meno, qualcuno che ha perso il lavoro: a volte basta un gesto diretto, senza aspettare che arrivi una richiesta formale.
- Sostenere un’associazione con continuità. Una donazione piccola ma regolare vale molto più di una grande donazione occasionale: permette alle organizzazioni di pianificare, di avere persone stabili, di costruire progetti nel tempo. Cinque euro al mese sono cinquantacinque euro l’anno, e fanno differenza.
- Parlarne senza retorica. La povertà viene spesso narrata in modo che provoca un’emozione e poi si dimentica. Parlarne in modo onesto – con i propri figli, con gli amici, nella scuola, nel quartiere – contribuisce a tenerla visibile invece di lasciarla scivolare via. Non si tratta di fare comizi: si tratta di non ignorare quello che si vede.
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