Le parole non sono solo suoni. Con i figli sono mattoni: possono costruire sicurezza… oppure muri altissimi. Molti genitori sono convinti che certe frasi siano normali, educative, persino necessarie. “Anche a me lo dicevano”, “serve a temprarli”, “non si può sempre coccolarli”. E invece no. Alcune frasi, ripetute nel tempo, insegnano ai figli a chiudersi, a trattenere la rabbia o a non fidarsi più di chi li ama. Non parliamo di genitori cattivi. Parliamo di frasi dette di fretta, per stanchezza, per paura o per abitudine. Ma che hanno un impatto enorme.
Vediamo allora le 3 frasi da non dire mai ai figli, perché rischiano di farli crescere arrabbiati, silenziosi e distanti. E soprattutto vediamo cosa dire al loro posto.

“Non è niente, stai esagerando“
Questa frase è una bomba emotiva a rilascio lento. Quando un bambino piange, si arrabbia o si spaventa, non sta “recitando”. Sta vivendo un’emozione vera, anche se per noi adulti sembra piccola.
Dire “non è niente” significa una cosa sola: quello che senti non è valido.
Il messaggio che arriva al bambino è chiaro:
- “Se provo emozioni forti, sbaglio”
- “Meglio non dirle”
- “Non mi capiscono”
Col tempo, quel bambino impara a chiudersi, a non parlare più di ciò che prova. Oppure cresce con una rabbia silenziosa che non trova spazio.
Lo confermano molti studi sull’intelligenza emotiva, tra cui quelli di John Gottman: i bambini i cui sentimenti vengono minimizzati hanno più difficoltà a riconoscere e gestire le emozioni da adulti.
Esempio pratico
Tuo figlio torna da scuola triste perché un compagno non l’ha invitato a una festa.
Dire: “Non è niente, capita”, significa chiudere la conversazione.
Dire invece: “Capisco che ti faccia male, vuoi raccontarmi?”, apre uno spazio di fiducia enorme.
“Smettila di piangere“
Frase corta. Effetto devastante. Il pianto non è un capriccio: è un linguaggio. È il modo in cui i bambini regolano lo stress e chiedono aiuto. Dire “smettila di piangere” equivale a dire: le emozioni forti non sono accettabili.
I figli, così, imparano:
- che devono reprimere ciò che sentono;
- che la vulnerabilità è un problema;
- che per essere amati devono “controllarsi”.
Secondo le ricerche sullo sviluppo emotivo (Siegel, The Whole-Brain Child), i bambini che vengono scoraggiati dall’esprimere emozioni sviluppano più facilmente ansia, difficoltà relazionali e problemi di gestione della rabbia. La rabbia, infatti, non sparisce: si accumula.
Esempio reale
Un bambino cade, si fa male e piange. “Smettila di piangere” non lo rende forte.
Lo rende solo. Molto meglio: “Piangi pure, sono qui”. Non stai crescendo un debole.
Stai crescendo una persona che sa riconoscere ciò che prova.
“Con tutto quello che faccio per te…”
Questa frase sembra una lezione di gratitudine. In realtà è ricatto emotivo travestito da sacrificio. Il messaggio implicito è pesante: mi devi qualcosa per essere amato. È pericolosissima perché i figli crescono con:
- senso di colpa;
- paura di deludere;
- difficoltà a dire no.
Molti adulti “bravi figli” sono stati bambini a cui è stato insegnato che l’amore si paga. Non a caso la teoria dell’attaccamento di John Bowlby mostra come l’amore condizionato generi adulti insicuri e iper-responsabili.
Esempio pratico
Un figlio sbaglia, risponde male, fa un errore. Dire: “Con tutto quello che faccio per te…”, non educa. Fa sentire in debito. Molto più sano dire: “Sono arrabbiato per quello che è successo, ma ti voglio bene lo stesso”
Cosa possiamo imparare da queste frasi
I figli non hanno bisogno di genitori perfetti. Hanno bisogno di adulti che ascoltano, riconoscono e restano.
Le parole non servono a controllare le emozioni dei bambini, ma a insegnare loro che le emozioni possono essere vissute senza paura. E no, non li renderà fragili.
Li renderà più forti, più sicuri e più vicini.
Perché un figlio che si sente ascoltato oggi, domani non diventa un adulto arrabbiato, silenzioso o distante. Diventa una persona che sa parlare, sentire e amare.
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