C’è una scena che quasi ogni genitore conosce benissimo, spesso fin troppo: l’accappatoio sul pavimento del bagno, i piatti lasciati sul tavolo, la stanza in cui potrebbe scoppiare un fungo nucleare. E la sensazione persistente di essere l’unica persona in casa che noti queste cose, ogni singolo giorno. Osvaldo Poli — psicologo e autore che da anni parla di famiglia con una franchezza rara – ha trovato le parole giuste per dire quello che molte madri pensano ma faticano a dire ad alta voce.

Cosa vuol dire amare la mamma: i doveri dei figli
“Cosa vuol dire amare la mamma? Vuol dire attaccare l’accappatoio dove va attaccato, al posto di lasciarlo lì per terra. Perché in famiglia non c’è nessuna serva, nessuna badante, nessuna povera scema: c’è una donna da amare.“
L’immagine è volutamente “banale”, e proprio per questo è potente. Non parla di grandi sacrifici o di gesti eroici. Parla di un accappatoio. Di quel gesto minuto, quotidiano, che richiede tre secondi e dice tutto su come un figlio considera gli spazi e le persone che condividono con lui la casa.
Osvaldo Poli non sta facendo una predica sull’ordine: sta facendo una predica sull’amore. L’amore non si misura solo nei momenti solenni; si misura nei gesti ordinari. E un figlio che lascia sistematicamente le cose per terra sapendo che qualcuno le raccoglierà al posto suo sta comunicando qualcosa: che quel qualcuno è un servizio, non una persona.
Il problema dell’amore a costo zero
Osvaldo Poli torna spesso su un’idea centrale: stiamo crescendo figli convinti che esistano rapporti affettivi senza impegno reciproco. L’amore che non costa niente – quello che si prende ma non si restituisce, che si riceve senza mai pensare di dare qualcosa in cambio – non è amore. È un’abitudine di consumo.
Come dice Osvaldo Poli:
“Anche i figli hanno dei doveri e dobbiamo dirglielo, altrimenti li illudiamo che ci sia un buon rapporto a costo zero.“
Dire ai figli che hanno doveri non è privare loro dell’affetto. È insegnargli che l’affetto ha una forma reale, fatta di gesti concreti. È prepararli a funzionare nel mondo, dove nessuno li aspetterà con l’accappatoio pulito e i piatti lavati.
Non è questione di ordine, è questione di rispetto
Vale la pena separare due cose che spesso si confondono: l’ordine come valore estetico e il rispetto come valore relazionale. Osvaldo Poli non sta dicendo che le case devono sembrare pagine di rivista di arredamento. Sta dicendo che quando lasci l’accappatoio per terra sapendo che tua madre lo raccoglierà, stai scegliendo – anche inconsapevolmente – di trattarla come un servizio invece che come una persona.
E quella scelta, ripetuta ogni giorno, modella il carattere. Il ragazzo che non raccoglie l’accappatoio oggi diventerà l’adulto che non nota il lavoro invisibile degli altri domani. Non perché sia cattivo, ma perché nessuno gli ha mai detto che quello che fa la mamma ha un valore, e che quel valore merita riconoscimento.
Cosa insegna questa frase ai genitori
La frase di Osvaldo Poli non è solo per i figli, è anche per i genitori. Se stai raccogliendo l’accappatoio da anni senza mai dire niente, stai contribuendo al problema. Non per malvagità, ma per un eccesso di amore che si esprime nel fare invece che nell’insegnare.
Osvaldo Poli lo dice senza giri di parole e con la consueta ironia: il compito dei genitori non è fare tutto al posto dei figli per tutta la vita, ma insegnare ai figli a fare. E per farlo bisogna avere il coraggio – e l’amore – di dire: questo non lo faccio io, lo fai tu. Perché in questa famiglia non c’è nessuna serva. C’è una donna da amare.
Chi è Osvaldo Poli
Osvaldo Poli è uno psicologo e scrittore italiano che da anni lavora sul tema dell’educazione familiare con uno stile diretto e spesso umoristico. Non usa il linguaggio tecnico della psicologia accademica: usa esempi concreti, immagini quotidiane, un tono che ricorda quello di un amico onesto più che quello di un esperto da cattedra.
La sua visione principale – che anche i figli hanno dei doveri – sembra scontata, eppure in una cultura che tende a mettere i diritti dei figli al centro di tutto, diventa quasi rivoluzionaria. Non perché i diritti non contino, ma perché senza doveri non si costruisce né il carattere né la capacità di stare in relazione con gli altri. E un figlio che non ha mai imparato a raccogliere l’accappatoio non ha imparato solo a raccogliere l’accappatoio: ha imparato come ci si relaziona con le persone che si ama.
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