Aver paura di non essere amati dai figli è un’aberrazione: una frase di Recalcati sui genitori ipermoderni

Sei sicuro di sapere qual è la paura più comune tra i genitori di oggi? Non è la paura di sbagliare, non è la paura che il figlio soffra, non è nemmeno la paura del futuro. Massimo Recalcati – psicoanalista e uno degli intellettuali italiani più seguiti quando si parla di famiglia – ha identificato qualcosa di più sottile e più destabilizzante. Ed è una paura che, se la riconosci, ti dice tutto su come è cambiato il rapporto tra genitori e figli.

paura di non essere amati dai figli

L’angoscia dei genitori ipermoderni

L’angoscia prevalente dei genitori ipermoderni è quella di essere sufficientemente amati dai loro figli. Si tratta di un’aberrazione generazionale.

Rileggila. Non è la paura di non amare abbastanza i figli. È la paura di non essere amati abbastanza da loro. La direzione è invertita. E Recalcati usa una parola precisa: aberrazione. Non errore, non distorsione, non tendenza preoccupante. Aberrazione: qualcosa che va contro la natura delle cose.

Perché Recalcati la chiama aberrazione

Il genitore, storicamente, è chi ama. Non chi ha bisogno di essere amato. La direzione dell’amore nella relazione genitoriale va dall’alto verso il basso – dal genitore al figlio – e questo non è una questione di potere, ma di funzione. Il figlio ha bisogno di essere amato per crescere; il genitore ha il compito di amarlo, non di ricevere da lui la conferma che il proprio valore.

Quando questa direzione si inverte – quando il genitore comincia a cercare nell’approvazione del figlio la propria autostima, quando ha paura di dirgli di no perché teme di perdere il suo affetto, quando evita il conflitto per non rischiare di essere “il genitore cattivo” – si crea una distorsione profonda nel rapporto. Il figlio smette di avere un punto di riferimento solido e diventa, inconsapevolmente, il regolatore emotivo del genitore.

Il genitore ipermoderno secondo Recalcati

Recalcati ha descritto il “genitore ipermoderno” in diversi libri, tra cui Il complesso di Telemaco e Le mani della madre. È un genitore che vuole essere amico del figlio più che guida. Che preferisce essere “cool” piuttosto che autorevole. Che abbassa le aspettative per evitare conflitti. Che interpreta ogni momento di distanza del figlio come un segnale di fallimento personale.

Non è un genitore cattivo; è un genitore confuso. Che ha perso di vista la differenza tra amare un figlio e aver bisogno del suo amore. E questa confusione, dice Recalcati, produce figli che crescono senza un ancoraggio solido, in un rapporto in cui le regole cambiano in base all’umore e le aspettative dipendono da quanto il genitore si sente amato quel giorno.

Cosa cambia se riconosci questo meccanismo

Riconoscere di avere questa paura non è una colpa. È un punto di partenza. Il genitore che sa di cercare l’approvazione del figlio può lavorare su questo, può imparare a distinguere il bisogno di essere apprezzato dalla necessità di essere rispettato, e capire che il rispetto si guadagna con la coerenza, non con la compiacenza.

Un figlio che ha un genitore capace di dire no, di mantenere i limiti anche quando fastidiosi, di non crollare davanti alle sue reazioni, cresce con un punto di riferimento stabile. Non lo amerà meno. Lo amerà, probabilmente, in modo più solido.

Il paradosso del genitore amico

C’è un paradosso al centro di tutto questo che Recalcati descrive bene: il genitore che cerca di essere amato dal figlio ad ogni costo, che evita ogni conflitto, che asseconda tutto per non perdere il suo affetto, ottiene spesso l’effetto opposto. I figli adolescenti, in particolare, tendono a perdere rispetto per i genitori che cedono sempre, che non reggono il confronto, che sembrano aver più bisogno di loro di quanto loro abbiano bisogno dei genitori.

Il genitore solido – quello che può sopportare di essere temporaneamente odiato, quello che mette il benessere del figlio davanti alla propria necessità di essere apprezzato – è quello che costruisce una relazione reale. Non necessariamente facile, non sempre calma. Ma vera.

Perché oggi è così difficile

Viviamo in una cultura che ha cambiato radicalmente il significato di “buon genitore”. Per decenni il modello era quello del genitore autorevole, forse troppo rigido, forse troppo distante. Poi è arrivata la psicologia popolare, i libri di parenting, i social colmi di messaggi sull’importanza di “connettersi” con i figli. E in questo percorso, qualcosa si è perso: la distinzione tra connessione emotiva – che è preziosa – e dipendenza emotiva, che è un’altra cosa completamente.

Recalcati non dice che i genitori non debbano volersi bene con i figli. Dice che quel volersi bene non può diventare il barometro della propria autostima genitoriale.

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