Hai cinquant’anni e guardi troppo al passato? Crepet ti spiega in una frase perché la nostalgia ti sta imprigionando

Ti è mai capitato di ascoltare una canzone degli anni ’80 e sentire qualcosa che il presente non riesce a darti? Di trovare più conforto in un vecchio film visto vent’anni fa che in tutto quello che la vita ti offre adesso oggi? Di trovare nelle serie tv di un tempo, nelle foto di vent’anni fa, nelle rimpatriate tra vecchi amici un conforto che il quotidiano non offre? Paolo Crepet – psichiatra, sociologo, una delle voci più scomode della cultura italiana – ha una diagnosi precisa per questa tendenza. E non è tenera.

cinquant'anni e guardi troppo al passato

Il bisogno di recuperare un’esistenza piacevole

L’idea dell’evergreen nasce dal bisogno di eliminare il dolore dalla vita per recuperare un’esistenza piacevole.”

La parola chiave è “eliminare il dolore”. Non “elaborare”, non “superare”, non “imparare a conviverci”. Eliminare. Crepet dice che la nostalgia – quella che ci porta a rifugiarci ossessivamente nel passato, a rivedere gli stessi film, a rimpiangere gli stessi anni – è spesso una fuga dal dolore presente, non un sano riconoscimento di quello che è stato.

La differenza tra ricordare e rifugiarsi

Crepet distingue con precisione due modi di stare nel passato. Il primo è sano: si usa la memoria per capire chi si è stati, cosa si è imparato, quali strumenti si possono portare nel presente. Il secondo è una trappola: si usa il passato come rifugio consolatorio, come alternativa a un presente che fa paura o fa male.

L’evergreen – la canzone di allora, la serie di allora, il modo di fare di allora – può essere strumento di riconoscimento oppure può diventare una prigione. Dipende da come lo usi. Se ti aiuta a capire chi sei, è utile. Se ti serve per non dover stare nel presente, è un campanello d’allarme.

Cinquant’anni e la tentazione del ritorno

Crepet parla esplicitamente della generazione dei cinquantenni, quella cresciuta negli anni ’80 e ’90, che oggi guarda a quei decenni con una nostalgia a volte ossessiva. La tesi è che questa nostalgia non sia solo sentimentale: sia spesso una risposta a un presente vissuto come difficile, caotico, privo di certezze.

A cinquant’anni, dice Crepet, si è abbastanza adulti da sapere che la vita non è quella che si pensava da giovani. E non tutti riescono a stare in questo sapere. Alcuni reagiscono trovando nel passato quello che il presente non offre: semplicità, chiarezza, un senso di identità più solido. Ma quella semplicità non era reale: era l’effetto dell’inesperienza. E cercarne il ritorno significa rifiutare di crescere del tutto.

La nostalgia giusta e quella sbagliata

Crepet non condanna la nostalgia in assoluto. Dice che il passato può essere una “cassetta degli attrezzi, un deposito da cui prendere quello che serve, lasciando indietro quello che non serve più. Un film vecchio che ci ricorda chi eravamo. Una canzone che ci riconnette a qualcosa di autentico. Un modo di stare insieme che vogliamo recuperare.

Il problema reale non è guardare indietro: è non riuscire più a guardare avanti. E quando il passato diventa sistematicamente più attraente del presente, è perché il presente fa ancora paura, e quella paura va affrontata, non aggirata.

La nostalgia selettiva: perché il passato sembra sempre meglio

C’è un motivo neurologico per cui il passato ci sembra migliore di quanto fosse. La memoria è selettiva: tende a conservare le emozioni intense – positive e negative – e a sfumare il quotidiano, la noia, le piccole frustrazioni. Quello che ricordi degli anni ’80 non è come erano davvero gli anni ’80: è una versione curata, emotivamente saturata, in cui i momenti peggiori si sono già sbiaditi.

Crepet aggiunge a questo la componente psicologica: quando il presente fa paura – quando è incerto, complesso, privo delle certezze che si speravano – il passato idealizzato diventa un rifugio. Non perché fosse davvero migliore, ma perché ci sembra tale dal punto di osservazione attuale.

Come uscire dalla trappola

Crepet non offre ricette semplici, non è il suo stile. Ma la direzione è chiara: smettere di collezionare evergreen come sostituti dell’esistenza vera e cominciare a costruire presenze, relazioni, esperienze autentiche nel presente. Non come replica di un passato “perfetto” – che non era affatto perfetto, solo lontano abbastanza da sembrare tale – ma come costruzione quotidiana di qualcosa di reale.

Il passato era bello anche perché non sapevi ancora quanto sarebbe finito presto. Il presente ha lo stesso tempo a disposizione. Ma dipende da come lo usi; se lo usi per costruire qualcosa, o se lo usi per guardare indietro verso quello che già è stato.

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