Paolo Giordano scrive di solitudine con la precisione di un fisico e non è una metafora: ha una laurea in fisica teorica. Sa misurare le distanze tra le persone, sa descrivere lo spazio vuoto che si crea quando qualcosa che teneva insieme si rompe. Nei suoi romanzi la solitudine non è uno stato melanconico: è qualcosa di fisicamente preciso, con bordi netti, che si può toccare e che fa male in modi specifici.

La solitudine di chi ha smesso di credere
“Non esiste al mondo una solitudine più profonda di quella di chi ha creduto e poi ha smesso di farlo.”
Questa frase da Divorare il cielo è la più densa delle quattro. Giordano non parla della solitudine di chi è sempre stato solo, di chi non ha mai avuto legami o appartenenze. Parla di qualcosa di più specifico e più doloroso: la solitudine di chi aveva creduto – in una persona, in un’idea, in una comunità, in un progetto – e poi ha smesso. Quella solitudine è più profonda perché ha una misura: sai esattamente quanto spazio occupava quello che hai perso, perché lo ricordi ancora.
Chi non ha mai creduto a niente non sente la mancanza di niente. Chi ha creduto e ha smesso porta il vuoto di quello che c’era: la forma esatta di un’assenza.
Un credo qualunque è meglio di nessun credo
“Un credo qualunque, sensato oppure no, complesso o semplice a seconda dell’occorrenza, è pur sempre meglio di nessun credo.”
Questa frase da Il nero e l’argento risponde alla prima con una proposta: non importa cosa, credere in qualcosa è meglio che non credere in niente. Non è un invito alla credulità acritica, è l’osservazione di qualcuno che ha visto cosa succede a chi perde il suo credo senza trovarne un altro. Il vuoto che ne risulta è più devastante di qualsiasi fede imperfetta.
Credere in qualcosa – un progetto, una relazione, un valore – dà struttura alla vita. Orienta le scelte, dà senso all’impegno, permette di reggere le difficoltà perché si sa perché le si attraversa. Perdere quella struttura non lascia liberi: lascia disorientati.
Basta arrendersi una volta per perdere il coraggio
“Basta arrendersi una volta per scoprire di non possedere più il coraggio necessario.”
Questa frase illumina il meccanismo per cui è difficile ricominciare a credere dopo aver smesso. L’atto di abbandonare una fede – cedere, rassegnarsi, smettere di lottare per qualcosa che contava – lascia una cicatrice specifica: la scoperta che ci si è arresi. E quella scoperta indebolisce. Non perché si diventi codardi in senso assoluto, ma perché si sa ormai cosa si è capaci di fare quando le cose diventano difficili. E quella consapevolezza rende più difficile il passo successivo.
La risposta implicita nella frase è chiara: non arrendersi la prima volta è più importante di quanto sembri. Non perché la resa sia sempre sbagliata – a volte è la scelta giusta – ma perché ogni volta che si cede si ridisegna l’immagine di sé.
Le piante con le radici libere ce la fanno
“Le piante cresciute al sicuro nei vasi, con le radici lunghe che girano tutto intorno, non si adattano alla terra. Soltanto quelle con le radici libere, estirpate giovani in inverno, ce la fanno.”
Questa immagine da Divorare il cielo è la più luminosa delle quattro, perché introduce la possibilità di rinascita. Le piante cresciute in un ambiente protetto – con le radici che girano su se stesse per mancanza di spazio – non sopravvivono al trapianto. Quelle che sono state esposte al freddo, estirpate e reimpiantate da giovani, sviluppano la robustezza necessaria per radicarsi altrove.
È un’immagine potente per chi ha perso una fede e si interroga se sarà mai in grado di credere di nuovo. La perdita stessa, l’essere stati estirpati, il freddo dell’inverno, è la condizione che rende possibile l’adattamento. Non nonostante la difficoltà, ma attraverso di essa.
Citazioni di Paolo Giordano sulla solitudine
- “Non esiste al mondo una solitudine più profonda di quella di chi ha creduto e poi ha smesso di farlo.”
- “Un credo qualunque, sensato oppure no, complesso o semplice a seconda dell’occorrenza, è pur sempre meglio di nessun credo.”
- “Basta arrendersi una volta per scoprire di non possedere più il coraggio necessario.”
- “Le piante cresciute al sicuro nei vasi, con le radici lunghe che girano tutto intorno, non si adattano alla terra. Soltanto quelle con le radici libere, estirpate giovani in inverno, ce la fanno.”
BIO di Paolo Giordano
Paolo Giordano (Torino, 1982) è scrittore e giornalista italiano. Laureato in fisica teorica, ha esordito nel 2008 con La solitudine dei numeri primi, vincitore del Premio Strega e tradotto in oltre quaranta lingue, uno dei romanzi italiani più venduti degli ultimi vent’anni. Ha poi pubblicato Il corpo umano (2012), Il nero e l’argento (2014), Divorare il cielo (2018) e Tasmania (2022). Collabora con il Corriere della Sera e con la Repubblica. La sua narrativa esplora con rigore e sensibilità i temi della solitudine, dell’identità e delle relazioni umane.
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