Ci sono parole che arrivano troppo tardi, quando non possiamo più dirle a chi vorremmo. Roberta Bruzzone, abituata ad analizzare la mente degli altri, si è trovata a fare i conti con la propria storia e con un padre difficile da capire, fino in fondo. In una frase semplice ma potente, racchiude un legame fatto di scontri, silenzi e insegnamenti invisibili. È un racconto che parla anche di noi, di ciò che ereditiamo senza accorgercene. E forse, tra queste righe, troverai una risposta che stai cercando da tempo.

Roberta Bruzzone: “grazie a lui”
“Sono quella che sono anche grazie a lui.”
Poche parole di una semplicità disarmante, ma il contesto le carica di significato. Roberta Bruzzone le ha pronunciate parlando di un uomo con cui il rapporto non era semplice, non era lineare, non era fatto di effusioni. Domenico Bruzzone faceva parte della Polizia provinciale, si occupava di contrasto al bracconaggio, era una persona non espansiva. Come Roberta stessa ha raccontato:
“Lui è la prima volta che mi dice che mi vuole bene, quindi siamo uno a uno.”
Un padre che insegnava attraverso il conflitto, non attraverso la tenerezza. Eppure la frase è inequivocabile. Quel conflitto ha formato. Quel duello continuo, quell’alterità che non cedeva, quella figura che non era permissiva, ma insegnava a stare al mondo… tutto questo è diventato parte di quello che Roberta Bruzzone è oggi.
Il padre poliziotto e la figlia criminologa
C’è un filo evidente tra la professione del padre e quella della figlia, anche se Roberta ha sempre tenuto a precisare che non stava cercando “un altro padre” nel lavoro. Domenico si occupava di bracconaggio, di legge, di controllo del territorio. Roberta si occupa di crimine, di profili, di giustizia. Non è una continuazione lineare, ma la stessa attenzione al fatto concreto, alla verità verificata, all’entrare dentro le situazioni invece di guardarle da fuori.
A sette anni, Roberta Bruzzone era entrata in una casa colonica che tutti i bambini del paese consideravano inquietante, solo per verificare se le storie che giravano fossero vere. Scoperta dal manutentore, con un allarme scattato per la scomparsa dei tre bambini.
“Da lì ho capito che avrei sempre verificato, che sarei entrata dentro i fatti“, ha raccontato a Verissimo. Del resto, Roberta Bruzzone è nata in una casa in cui il padre insegnava che le cose hanno un nome, e quel nome va trovato.
Il lutto e la comprensione tardiva
Domenico Bruzzone è morto nel 2023. Soffriva di diabete, ma “non si curava come avrebbe dovuto, voleva gestire la sua vita a modo suo“, ha spiegato Roberta Bruzzone, una frase che, detta da una psicologa forense, suona come un ritratto preciso: un uomo autonomo fino all’ultimo, che non delegava nemmeno la gestione della propria malattia. Nel giro di un anno, nel novembre 2024, è morta anche la madre Virginia.
“Nel giro di un anno ho perso mamma e papà“, ha detto Roberta Bruzzone con la voce di chi porta un peso che non si è ancora abituato a portare. E in quel contesto, quella frase – “sono quella che sono anche grazie a lui” – non è una dichiarazione tranquilla. È la comprensione che arriva quando non c’è più tempo per dirla alla persona giusta.
Cosa insegna questa frase sui padri difficili
La frase di Roberta Bruzzone vale anche oltre la sua storia personale. Descrive qualcosa che molte persone riconoscono: che i padri – e i genitori in generale – ci formano non solo quando sono teneri e presenti, ma anche quando sono duri, distanti, non espansivi. Non è un’apologia dell’aridità emotiva: è il riconoscimento che la formazione è un processo più complesso di quanto il linguaggio del benessere psicologico moderno suggerisca.
Il conflitto che ti aiuta a capire chi sei, come lo ha definito Roberta Bruzzone, è qualcosa che si capisce solo a distanza. E spesso – troppo spesso – quando si è finalmente in grado di capirlo, quella persona non c’è più.
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