Quante volte hai nascosto di stare male? Di essere stanco, sopraffatto, in difficoltà? E quante volte lo hai fatto convinto che ammetterlo ti avrebbe reso più debole agli occhi degli altri o, peggio, ai tuoi stessi occhi? Paolo Crepet – psichiatra, sociologo, voce inconfondibile del dibattito italiano sul benessere psicologico, autore di decine di libri e presenza fissa nei programmi televisivi e nelle conferenze nelle scuole – ha una risposta che ribalta completamente questo meccanismo. Ed è provocatoria nel modo giusto: ti fa ridere e pensare allo stesso tempo.

I grandi sono fragili, i cretini no
“I grandi sono fragili, i cretini no. Chi ammette la propria fragilità ha già quasi risolto il problema che ha generato la sua fragilità perché la fragilità è una sorta di autocura: se tu ammetti la tua debolezza, allora vorrà dire che sei forte; se tu la respingi, vorrà dire che sei debole ed allora puoi anche fare delle cose sbagliate, come prendertela con gli altri invece che con te stesso o prendertela col mondo invece che tirarti su le maniche.”
Ferma il momento su quella frase: “i cretini no.” Non è una battuta, o meglio, è una battuta nel senso più serio del termine. È una tesi. Le persone che non ammettono mai la propria fragilità, che si presentano sempre come impermeabili, forti, indifferenti, non è che non abbiano debolezze. È che non le vedono, o non vogliono vederle. E questa cecità è, per Crepet, una forma di mediocrità intellettuale e emotiva.
La fragilità come atto di intelligenza
Crepet capovolge il paradigma dominante. Non è forte chi non piega: è forte chi riesce a vedere dove piega e a lavorarci. Non è coraggioso chi non ha paura: è coraggioso chi riconosce la paura e non la lascia comandare.
Ammettere la propria fragilità, dice Crepet, è “una sorta di autocura“. È il momento in cui smetti di trattarti come un problema da nascondere e inizi a trattarti come una persona da capire. E quella comprensione – onesta, diretta, senza autoindulgenza – è già quasi tutta la soluzione.
Cosa succede quando non ammetti la fragilità
La seconda parte della frase è quella più precisa. Chi respinge la propria debolezza – chi non la riconosce, chi la nega, chi la maschera dietro aggressività o indifferenza – “può anche fare delle cose sbagliate“. Crepet è esplicito: ti prendi con gli altri invece che con te stesso, ti prendi col mondo invece di tirare su le maniche.
Questo è il meccanismo che spiega molta della violenza relazionale che vediamo ogni giorno. Non viene da persone cattive: viene da persone che non sanno gestire il proprio dolore, che non riconoscono la propria fragilità, che la proiettano fuori invece di lavorarci dentro. Chi non ammette di stare male finisce per far stare male gli altri.
La fragilità come punto di rottura che fa entrare la luce
Crepet usa anche un’altra immagine potente: la fragilità come “punto di rottura da cui entra la luce“. Non è una metafora consolatoria. È una descrizione precisa di come funziona il cambiamento. Le crepe non sono difetti: sono i punti in cui qualcosa di nuovo può entrare. Chi è impermeabile non cambia mai, non perché sia forte, ma perché non lascia entrare niente.
La persona che ammette di essere fragile – che dice “adesso sono in difficoltà”, “adesso ho bisogno” – è quella che può ricevere aiuto, che può crescere, che può trasformare un momento di crisi in qualcosa di utile. È già quasi sulla via della soluzione, esattamente come dice Crepet.
Come si impara ad ammettere la fragilità
Non è automatico. Ammettersi fragili va contro quasi tutto quello che la cultura occidentale ci insegna da quando siamo piccoli: che bisogna essere forti, che piangere è debolezza, che chiedere aiuto è una resa. Crepet lo sa, e nelle sue conferenze nelle scuole lo dice con quella sua schiettezza diretta: stiamo crescendo generazioni di ragazzi convinti che mostrare emozioni sia vergognoso. E poi ci stupiamo che esplodano.
La strada è semplice, ma non facile: inizia da te stesso. La prossima volta che stai male, invece di cercare immediatamente il modo di distoglierti – lo schermo, il cibo, la compagnia rumorosa – prova a stare un momento con quello che senti. A nominarlo. “Sono stanco.” “Sono spaventato.” “Non ce la faccio adesso.” Quella nomina è già il primo passo dell’autocura di cui parla Crepet. È già la prova che sei abbastanza grande da guardare la tua debolezza senza fuggire. E che sei, come direbbe lui, tutt’altro che un cretino.
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