C’è una frase nella prefazione de Il libro degli errori che funziona come una bussola. Gianni Rodari la scrisse nel 1964, per un libro destinato ai ragazzi, e lo fece con la precisione di chi aveva pensato seriamente alla questione. Non stava consolando nessuno. Stava dicendo una cosa vera sulla natura degli errori, e la diceva con quella leggerezza apparente che è il modo di Rodari per parlare di cose difficili senza renderle pesanti.

Il libro: errori di ortografia che diventano storie
“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa.” – Gianni Rodari, Il libro degli errori, prefazione, Einaudi Ragazzi (ed. or. 1964)
Il libro degli errori è costruito su un’idea semplice e geniale. Il protagonista, Cipollino – il personaggio più amato di Rodari, già comparso in Le avventure di Cipollino del 1951 – corregge le composizioni scolastiche di un bambino di nome Gelsomino e trova ogni volta un errore. Ma quegli errori, invece di essere semplicemente sbagliati, aprono finestre su storie nuove, inaspettate, più vive delle versioni corrette.
L’esempio più famoso è quello del lago di Garda. Gelsomino scrive “il lago di Garda” separando le parole in modo sbagliato: “l’ago di Garda”. E da quell’errore – un gigantesco ago conficcato nel lago – nasce una storia: chi l’ha messo lì? A cosa serve? Come ha fatto ad arrivare fin là? L’errore ortografico diventa il punto di partenza di un racconto.
Un altro: “la vela di Venere” si trasforma in “lavela di Venere”, e la “lavela” è qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non esiste, ma che la mente del bambino può inventare. Rodari non spiega cosa sia: lascia che la strana parola generi domande.
La struttura del libro segue questa logica per tutto il testo: ogni errore è una porta. Non verso il caos o il nonsense, ma verso la possibilità di vedere le parole in modo diverso, di capire che le parole non sono blocchi fissi ma oggetti vivi, che si trasformano, che cambiano senso a seconda di come le si scrive, le si pronuncia, le si separa.
Rodari e la grammatica della fantasia
Gianni Rodari non era solo uno scrittore per ragazzi: era un teorico dell’immaginazione. Nel 1973 pubblicò Grammatica della fantasia, un saggio sulla creatività e sulla narrazione, che ancora oggi è usato nelle scuole di tutto il mondo. Lì spiegava esplicitamente quello che Il libro degli errori mostrava in forma di racconto: che la creatività non nasce dall’assenza di regole, ma dal loro uso giocoso, e che l’errore, che infrange una regola, può essere il punto di inizio di qualcosa di nuovo. Scriveva:
“L’errore è un punto di vista. Chi sbaglia sta vedendo la parola da un angolo diverso da quello ufficiale. E quell’angolo può aprire su qualcosa che l’angolo ufficiale non vede.”
Non stava dicendo che sbagliare va bene comunque. Stava dicendo qualcosa di più preciso: che l’errore ha un contenuto, che non è solo assenza di correttezza ma presenza di qualcosa di diverso, e che quel qualcosa merita di essere guardato prima di essere cancellato.
Leggi anche: “Ognuno è un genio”: Einstein non l’ha mai detto, eppure quella frase sul pesce parla di come giudichiamo i bambini
Una parola per chi legge con un bambino, o con uno studente
C’è un paragrafo nel libro in cui Cipollino si rivolge agli adulti e dice che il loro compito non è togliere agli errori il loro potenziale, ma capire cosa stanno cercando di dire. Non è una frase di incoraggiamento generico: è una precisazione tecnica. L’errore di un bambino che scrive “l’ago di Garda” invece di “il lago di Garda” non è solo un errore di ortografia: è la prova che ha sentito le parole, le ha scomposte, ci ha giocato. Quella capacità è esattamente quello di cui ha bisogno per scrivere bene.
L’adulto che cancella in rosso e basta ha già chiuso quella porta. L’adulto che chiede “ma cosa sarebbe, un ago di Garda?” ha tenuto quella porta aperta. Non si tratta di non correggere: si tratta di farlo con occhi aperti.
La torre di Pisa come metafora
Gianno Rodari sceglie la torre di Pisa non per caso. È un errore tecnico diventato un simbolo: la torre pende perché il terreno su cui è stata costruita non era abbastanza solido. È un difetto strutturale. Ed è anche uno degli edifici più riconoscibili del mondo, uno dei simboli dell’Italia, qualcosa che milioni di persone vengono a vedere ogni anno proprio perché non sta dritta.
L’errore non è stato corretto: è stato accolto, studiato, conservato. Ed è diventato bello.
Rodari non stava romantizzando lo sbagliare. Stava indicando qualcosa di specifico: che certe imperfezioni, certi scostamenti dalla norma, hanno un valore che la norma non ha. E che la domanda giusta davanti a un errore non è sempre «come si corregge?», ma a volte «cosa ci sta dicendo?»