Caro genitore, Alice Miller ti scrive: per capire il figlio che stai crescendo devi ascoltare il bambino che sei stato

C’è una domanda che nessuno ti fa quando diventi genitore. Non te la fanno al corso preparto, non te la fanno i libri sull’educazione, non te la fanno i pediatri. Te la fanno, al massimo, certi momenti di silenzio: quelle notti in cui tuo figlio piange e tu senti salire qualcosa che non riesci a nominare, o quelle mattine in cui ti senti perduto davanti a una sua emozione che non sai come reggere.

La domanda è questa: cosa è successo a te, quando eri piccolo?

Alice Miller, psicoanalista polacca naturalizzata svizzera, autrice di uno dei libri più importanti e scomodi del Novecento – Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé – ha dedicato tutta la sua vita professionale a rispondere a questa domanda. E la risposta che ha trovato è tanto semplice quanto difficile da accettare: il modo in cui trattiamo i nostri figli dipende, in misura molto più grande di quanto vogliamo ammettere, da come siamo stati trattati noi quando eravamo bambini.

La lettera che trovi qui è immaginaria: Alice Miller è morta e non potrebbe scriverla. Ma Le sue parole e le sue teorie ci danno la possibilità di immaginare cosa ti avrebbe detto, in modo da aiutarti a capire che tipo di bambino sei stato e, di conseguenza, di capire chi sono i tuoi figli.

capire il figlio che stai crescendo

La lettera che Alice Miller scriverebbe a un genitore che ha bisogno di capire il proprio figli

Caro genitore,

ti scrivo perché so che fai del tuo meglio. E so anche che a volte il tuo meglio non ti basta: non perché tu sia un cattivo genitore, ma perché stai portando un peso che non hai mai guardato davvero.

Ho trascorso vent’anni ad ascoltare adulti seduti di fronte a me. Adulti intelligenti, sensibili, capaci di grande riflessione. Adulti che amavano i loro figli con tutta la sincerità di cui erano capaci. E adulti che, nonostante tutto questo, si ritrovavano a fare con i loro figli cose che non volevano fare, a reagire in modo sproporzionato, a non riuscire a stare nelle emozioni del bambino, a ripetere schemi che riconoscevano, con sgomento, come quelli dei loro stessi genitori.

Non accadeva per mancanza di amore. Accadeva perché dentro di loro c’era ancora un bambino non ascoltato.

“Ogni bambino ha il legittimo bisogno di essere guardato, capito, preso sul serio e rispettato dalla propria madre.”

Questa frase l’ho scritta lavorando sul bambino. Ma vale anche per te, adesso che sei adulto. Perché quella parte di te che non è mai stata davvero guardata, capita, presa sul serio, non è scomparsa. Si è solo nascosta. E si manifesta nei momenti in cui sei genitore e la situazione ti supera: quando perdi la pazienza in modo che ti sorprende tu stesso, quando non riesci a tollerare le lacrime di tuo figlio, quando ti irrigidisci davanti a una sua emozione che non sai dove mettere.

Quelle reazioni non parlano di tuo figlio. Parlano di te. Del bambino che sei stato.

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Ho chiamato dramma la storia dei bambini che imparano ad adattarsi ai bisogni dei genitori invece di crescere secondo la propria natura autentica. Non perché sia un dramma clamoroso; spesso non lo è. Non c’è bisogno di una storia di abusi evidenti perché un bambino impari a mettere a tacere le proprie emozioni. Basta un genitore che non reggeva le sue lacrime. Basta una madre che si rattristava quando lui era triste, e allora lui imparava a non mostrarle la tristezza. Basta un padre che si inorgogliva delle sue prestazioni e si deludeva dei suoi fallimenti, e allora lui imparava che valeva solo quando riusciva.

“Ogni bambino normalmente dotato, e quindi pronto e sensibile, ha la capacità di cogliere le aspettative e i bisogni inconsci dei genitori e di adattarvisi. Più sono pressanti e inconsapevoli tali richieste degli adulti, e più il bambino, per la vitale necessità di sentirsi amato e accettato, tenderà a questo adattamento, mettendo a tacere i suoi sentimenti più spontanei.”

Rileggi questa frase pensando a te. Pensando a come eri da bambino. Riconosci quel bambino? Riconosci qualcosa che hai messo a tacere per non deludere chi amavi?

Perché quella messa a tacere ha un costo. Il costo è il falso sé: quella versione di te costruita per essere accettata, invece di quella autentica che è rimasta nascosta. E il falso sé, da adulto, si presenta in mille modi: nella difficoltà a sentire davvero le proprie emozioni, nella tendenza a compiacere gli altri a scapito di sé stessi, nella sensazione di non sapere bene chi si è quando non si sta adempiendo a un ruolo.

E quando diventi genitore, il falso sé incontra tuo figlio.

Tuo figlio, che non ha ancora imparato a nascondersi. Che piange quando è triste, si arrabbia quando è arrabbiato, ha paura quando ha paura. Che ti mostra tutto, senza filtri, senza strategia. E questo tutto – questa autenticità senza difese – può essere meraviglioso. Ma può anche essere destabilizzante, se dentro di te c’è ancora un bambino che non ha avuto il permesso di fare la stessa cosa.

“Oggi queste persone soffrono quando si ritrovano a fare ai loro figli cose che non volevano fare. E non potrà mancare di succedere finché essi continueranno a idealizzare la storia della propria infanzia.”

Eccolo, il punto più difficile. Idealizzare la propria infanzia. Non nel senso di fingere che fosse perfetta: molti di voi sanno benissimo che non lo era. Ma nel senso di non aver mai guardato davvero cosa vi ha fatto, emotivamente. Di aver detto “i miei genitori hanno fatto quello che potevano” – che è vero – senza permettersi di aggiungere: “e alcune cose mi hanno fatto del male”, che è vero anch’esso.

Entrambe le cose possono essere vere insieme. I tuoi genitori ti hanno amato e alcune cose che hanno fatto ti hanno lasciato una ferita. Non si escludono. E riconoscere la ferita non è tradire chi ti ha amato: è l’unico modo per smettere di trasmetterla.

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Cosa posso lasciarti di concreto

Ascoltare il bambino che sei stato non è un esercizio astratto. Si può fare, con piccoli gesti quotidiani, nel mezzo della vita che già hai:

  • Quando tuo figlio mostra un’emozione che ti mette a disagio, fermati un momento prima di reagire. Chiediti: questa emozione mi disturba perché è inappropriata, oppure perché assomiglia a qualcosa che io non ho avuto il permesso di sentire? La risposta non è sempre scontata. Ma la domanda, da sola, apre uno spazio che prima non c’era.
  • Permetti a tuo figlio di avere emozioni che tu non hai avuto il permesso di avere. Se da piccolo non potevi piangere, non spegnergli le lacrime in fretta. Se non potevi arrabbiarti, non trattare la sua rabbia come qualcosa da estinguere subito. Le emozioni dei figli spesso ci disturbano proprio perché ci ricordano qualcosa che abbiamo dovuto reprimere. Lasciargliele è uno degli atti d’amore più profondi che puoi fare.
  • Non chiedergli di essere quello che ti aspetti, ma osserva chi è davvero. Il bambino che si adatta continuamente alle aspettative dei genitori impara a non fidarsi di sé stesso. Tuo figlio ha bisogno di sentire che tu sei curioso di lui: di chi è lui, non di chi vorresti che fosse.
  • Considera di guardare alla tua infanzia con occhi nuovi. Non per colpevolizzare nessuno, ma per capire. Un percorso con uno psicoterapeuta, un buon libro, una conversazione onesta con qualcuno di cui ti fidi. Non si tratta di riscrivere il passato: non si può. Si tratta di smettere di farne pagare il prezzo a chi viene dopo.

“Gli individui che nell’infanzia non hanno dovuto subire violazioni alla loro integrità, e a cui è stato consentito di sperimentare protezione, rispetto e lealtà da parte dei loro genitori, da giovani e anche in seguito saranno intelligenti, ricettivi, capaci di immedesimarsi negli altri e molto sensibili. Godranno della gioia di vivere.”

Ecco cosa stai costruendo, quando lavori su te stesso come genitore. Non solo un rapporto migliore con tuo figlio, anche se quello è già moltissimo. Stai costruendo un bambino che avrà il permesso di essere se stesso. Che non dovrà imparare a mettere a tacere le proprie emozioni per essere amato. Che crescerà sapendo che il suo mondo interiore ha valore e merita rispetto.

Quella è la cosa più preziosa che puoi dargli. Non la scuola giusta, non le attività extrascolastiche, non i sacrifici materiali, che pure contano. Ma questo: la certezza che tu lo vedi davvero. Non la versione di lui che vorresti, ma lui.

E per riuscirci, devi prima imparare a vedere davvero te stesso.

Devi tornare, almeno un poco, da quel bambino che sei stato. Ascoltarlo. Dargli quello che forse non ha ricevuto abbastanza. Dirgli che le sue emozioni erano legittime. Che aveva tutto il diritto di sentire quello che sentiva.

Perché solo quando avrai fatto pace con quel bambino, potrai stare in pace accanto al bambino che stai crescendo.

Con affetto,
Alice Miller

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