Raffaele Morelli – psichiatra, scrittore e direttore della rivista Riza Psicosomatica– porta avanti un pensiero che va controcorrente rispetto a quasi tutto quello che si sente in certi ambienti. In un’epoca ossessionata dall’auto-miglioramento, dai guru della produttività, dai programmi in cinque passi per diventare la versione migliore di sé, Morelli dice l’opposto. Quello che dice non è solo un invito alla calma o all’accettazione passiva di tutto. È qualcosa di più strutturato e più preciso: la convinzione che l’ossessione per il miglioramento di sé sia essa stessa il problema centrale, non la soluzione. E che la vera trasformazione, quando arriva, arrivi proprio quando si smette di cercarla attivamente.

1. Cosa devi togliere di te stesso per star bene
“Qual è la cosa più importante? Togli gli scopi, togli i progetti. Togli l’idea peggiore che è quella di migliorarti. Togli l’idea che ti conosci, che è una grave malattia. Togli l’idea di fare degli sforzi, che è un’altra grave malattia. Togli l’idea di essere più forte, che è una malattia gravissima! Diffida di tutti i guru che ti vogliono rendere più forte: sono falsi, sono artificiali.”
Morelli chiama esplicitamente “malattia” il desiderio di essere più forti, più produttivi, più migliorati. Non lo dice con cinismo né con indifferenza verso il cambiamento: lo dice con una precisione che ha radici nel pensiero orientale e nella psicologia del profondo: ogni sforzo per diventare qualcosa di diverso da quello che si è già parte da un giudizio negativo su se stessi, e quel giudizio è già la malattia. La guarigione vera non passa attraverso il diventare migliori: passa attraverso lo smettere di credere di dover diventare qualcosa di diverso.
2. Cosa devi guardare per star bene con te stesso
“Guarda cosa accade adesso e porta l’attenzione su ciò che accade adesso, su nient’altro. Ricordati che ci sei solo tu.”
Il presente come unico punto di contatto reale con la propria vita. Non i progetti di miglioramento, non gli obiettivi futuri, non la versione di sé che si sta cercando di costruire con fatica, ma quello che c’è adesso, in questo momento, con tutte le sue imperfezioni. Morelli porta l’attenzione su qualcosa di radicale: il sé che esiste adesso è l’unico sé reale. Qualsiasi sforzo per cambiarlo, migliorarlo, correggerlo parte dalla premessa implicita che non sia abbastanza, e quella premessa è il punto di partenza sbagliato.
3. La pianta e il fiore
“Ogni pianta ha le sue caratteristiche. La cosa peggiore che puoi fare è paragonare una pianta all’altra. E ricordati che quando la pianta fiorisce, dopo un po’ i fiori cadono, ma non è che la pianta smette di farli. Dedica tutto il tempo a costruire il fiore che verrà l’anno venturo. Il tuo tempo deve essere dedicato non a migliorare, ma essere quello che sei, esattamente come sei, con tutte le tue contraddizioni. Perché sono tue.”
L’immagine della pianta è quella che resta più a lungo. La pianta non si confronta con le altre piante per capire se sta crescendo abbastanza, non cerca di essere più alta o più colorata o più produttiva di un’altra. Fa quello che le appartiene: costruisce il fiore che verrà con le risorse che ha. E quando i fiori cadono, non si ferma a lamentarsene: ne costruisce altri. Le contraddizioni – quelle cose di sé che si vorrebbe correggere, smussare, eliminare – appartengono alla propria forma specifica di esistenza. Portarle non è un fallimento: è la propria fioritura.
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