“Sono fatto così.” “Ho avuto un’infanzia difficile, mi ha segnato.” “Se solo mi impegnassi di più riuscirei a cambiare.” Tre modi diversi di dire la stessa cosa: che qualcosa in noi non va nel modo in cui dovrebbe, che siamo in qualche modo sbagliati rispetto a un modello implicito di come si dovrebbe essere, e che quello “sbaglio” ha una spiegazione che la giustifica e al tempo stesso la rende difficile da risolvere. Raffaele Morelli prende queste tre narrazioni e le smonta tutte e tre con un’analisi diretta, sorprendente e molto concreta.

La premessa
“Passiamo la vita a dirci che siamo sbagliati, e quando ci diciamo che siamo sbagliati commettiamo tutti tre errori.”
Tre errori, tutti e tre simultaneamente, ogni volta che ci si dice che qualcosa in noi non va in modo fondamentale. La percezione di essere sbagliati non è solo un giudizio errato che si può correggere con un po’ di autostima, ma è un sistema di tre errori che si sostengono a vicenda e si rafforzano reciprocamente. Capire quali sono i tre errori è già un primo modo per iniziare a uscire da quel sistema.
Errore #1: il passato che ci ha cambiati
“Il primo errore è di credere che nel passato è successo qualcosa che ci ha cambiato, che ci ha rovinato la vita e che ci ha resi come siamo: non è vero!”
Il passato è reale. Le cose difficili che sono successe sono reali, hanno avuto effetti reali e non si possono semplicemente cancellare con la forza di volontà. Ma l’idea che quelle cose abbiano determinato in modo irreversibile e definitivo chi si è oggi, che abbiano “rovinato la vita” nel senso letterale, che abbiano creato un prima e un dopo invalicabile tra cui si è condannati a stare, è una narrazione che si costruisce, non un fatto della natura. La persona che si è adesso non è il prodotto necessario e inevitabile di quello che è accaduto: è qualcosa di più complesso e di più aperto di così.
Errore #2: i genitori sbagliati
“Il secondo è di credere che abbiamo avuto dei genitori sbagliati, che abbiamo acquisito il loro modo di essere e che la loro freddezza, il loro gelo, la loro lontananza ci ha resi fragili: non è vero!”
I genitori ci hanno formati in modo molto reale e significativo, questo è indubitabile. Ma l’idea che la loro freddezza o lontananza o le loro mancanze ci abbiano resi fragili in modo definitivo e irreversibile è un altro errore, nella logica di Morelli. Non si è la replica automatica dei propri genitori. Non si è condannati a portare le loro mancanze come se fossero un destino biologico da cui non si può uscire.
Errore #3: la forza di volontà
“Il terzo è pensare che con uno sforzo di volontà, andando in palestra, diventando più forti, restando sempre più giovani, noi staremo meglio: non è vero, staremo molto peggio!”
Questa è la più sorprendente e la più contro-intuitiva delle tre, quella che lascia più perplessi alla prima lettura. Lo sforzo di volontà – migliorarsi, rafforzarsi, combattere la propria fragilità – peggiora le cose? Sì, dice Morelli: perché parte dall’accettazione della premessa sbagliata, quella di essere sbagliati. Lavorare su se stessi partendo dall’idea di essere difettosi non guarisce: rafforza il giudizio negativo su se stessi.
Raffaele Morelli è psichiatra, psicoterapeuta e direttore della rivista Riza Psicosomatica, autore di numerosi libri sulla psicologia individuale e sul benessere emotivo.
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