La vita non è quella che hai vissuto, ma quella che ricordi e come la ricordi per raccontarla

Prova a ricordare un evento importante della tua vita.  Qualcosa che sai con certezza che è accaduto, di cui esistono forse fotografie, video, oppure testimonianze di persone che erano lì. Quello che ricordi è uguale a quello che è accaduto nella sua forma oggettiva? Probabilmente no, e non perché tu abbia la memoria difettosa. Hai selezionato certi momenti e ne hai dimenticati altri, seguendo una logica che non è quella della registrazione fedele, ma quella del significato emotivo. Hai costruito una storia con un senso, con una struttura narrativa, che forse quell’evento non aveva così chiaramente nell’immediatezza in cui si viveva. Gabriel García Márquez ha su questo una frase che cambia il modo in cui si guarda alla memoria e a quello che si chiama “la propria vita”.

frase di Márquez
PARIS, FRANCE – september 11. Colombian writer Gabriel Garcia Marquez during Portrait Session held on september 11, 1990. Photo by Ulf Andersen / Getty Images

Cos’è la vita?

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.”

La struttura è quella dell’opposizione tra due realtà: quello che è successo e quello che rimane. E quello che rimane – la vita vera, quella con cui si va avanti – è il racconto, non il fatto.

La vita vissuta e la vita ricordata

Quello che è accaduto oggettivamente – i fatti nella loro sequenza esatta, le date, le circostanze precise, le parole dette letteralmente – è una cosa distinta e separata. Quello che si ricorda di quegli stessi avvenimenti è qualcosa di strutturalmente diverso. E la differenza non è solo quantitativa: non è solo che la memoria perde alcune informazioni e ne conserva altre per semplice capacità limitata. È qualitativa e profonda: la memoria riorganizza gli eventi secondo criteri di significato emotivo, seleziona quello che è diventato importante in retrospettiva, interpreta nel senso di una storia coerente, e costruisce senso dove nell’immediato ce n’era molto meno.

Spesso confronto i miei ricordi con quelli di mio figlio di eventi che abbiamo vissuto insieme, nella stessa stanza, nello stesso momento. Sono stupita ogni volta dalla distanza tra le due versioni. Stessa scena, stessa giornata, stessa famiglia, e ricordi completamente diversi, con pesi emotivi diversi, con dettagli diversi in primo piano e altri scomparsi. García Márquez dice: entrambi sono la vita, entrambi sono ugualmente reali. Non esiste una versione oggettiva superiore, più autentica delle altre: esiste quello che ognuno porta con sé, costruito nel modo in cui solo lui poteva costruirlo.

Come si ricorda per raccontarla

“Come la si ricorda per raccontarla”: questa clausola finale è la più densa. Non è solo cosa si ricorda, ma come si seleziona e si organizza quel ricordo quando lo si trasforma in racconto. Il racconto richiede un arco narrativo, un senso, una direzione. E costruire quell’arco è un atto creativo, forse il più importante della vita.

Questo significa che siamo, in fondo, gli autori della nostra vita, non di quello che ci è capitato, ma del senso che gli diamo nel raccontarlo.

Il realismo magico come epistemologia

García Márquez era il maestro del realismo magico, quella fusione profonda di reale e immaginato che è diventata la sua cifra stilistica distintiva e inimitabile. Questa frase rivela la radice filosofica di quella scelta: per lui, la realtà oggettiva e il racconto che se ne fa non erano mai separati in modo netto. Il racconto non era l’ornamento della vita, il commento aggiunto dopo i fatti era la vita stessa nel modo in cui la si vive davvero.

Gabriel García Márquez è stato scrittore e giornalista colombiano, nato nel 1927 e morto nel 2014, Premio Nobel per la Letteratura nel 1982, autore di Cent’anni di solitudine, L’amore ai tempi del colera e molte altre opere fondamentali della letteratura mondiale.

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