C’è una differenza molto sottile – e molto importante nella pratica della vita – tra avere qualcuno che ti aiuta concretamente quando ne hai bisogno, e avere qualcuno che sai che ti aiuterebbe se ne avessi bisogno. Le due cose non coincidono, e Epicuro sapeva che la seconda è più preziosa della prima in modo molto preciso. Aveva intuito qualcosa sull’amicizia che raramente si nomina in modo così esplicito e così preciso.

La certezza dell’aiuto di un amico disponibile
“Non è tanto dell’aiuto degli amici che noi abbiamo bisogno, quanto del sapere che essi ci aiuterebbero qualora ne avessimo bisogno.”
La frase fa una distinzione che nella pratica si trascura spesso, che non si nomina quasi mai in modo esplicito anche se si vive continuamente: l’aiuto concretamente ricevuto in una situazione specifica, e la certezza dell’aiuto disponibile come stato permanente. Non è la stessa cosa, anzi, Epicuro dice con chiarezza che la seconda è più importante della prima, e più necessaria per vivere bene.
L’aiuto come evento vs la certezza come stato
L’aiuto ricevuto è un evento: accade in risposta a una richiesta specifica, ha una durata, poi finisce. La certezza di essere aiutati, invece, è qualcosa di strutturalmente diverso: è uno stato permanente e continuo, qualcosa che si porta sempre con sé, presente in ogni momento della giornata, indipendentemente dal fatto che l’aiuto venga mai concretamente richiesto o ricevuto.
Chi sa di avere qualcuno a cui rivolgersi nelle situazioni difficili vive in modo strutturalmente diverso da chi non lo sa. Con meno ansia di fondo che comprime ogni decisione. Con più coraggio di provare cose che potrebbero non andare. Con più disponibilità a rischiare, perché c’è qualcuno nella rete di sicurezza.
L’amicizia come rete di sicurezza
Epicuro aveva una visione dell’amicizia molto concreta e molto radicata nella vita quotidiana, niente di romantico o di astratto. La sua comunità del Giardino di Atene era costruita intorno all’idea che vivere bene insieme fosse possibile e necessario, e che l’amicizia vera fosse uno degli ingredienti più essenziali della vita felice. Non amicizia come sentimento romantico da celebrare nei momenti belli, ma come infrastruttura relazionale su cui appoggiarsi, presente anche quando non si usa, come una rete sotto l’acrobata che cambia completamente il modo in cui l’acrobata si muove anche quando non cade.
Quella infrastruttura non si usa sempre. Spesso si vive benissimo per lunghi periodi senza aver mai fatto richieste concrete ai propri amici. Ma sapere che è lì cambia la qualità di tutto quello che si fa.
La solitudine e la certezza
Il rovescio di questa frase di Epicuro – la sua versione più dolorosa e più concreta – è la solitudine di chi non sa di avere nessuno disponibile. Non la solitudine fisica nel senso di essere soli nello spazio, ma quella di chi, anche in mezzo alle persone, anche in mezzo a contatti e conoscenze, non sa se ci sarebbe qualcuno disposto ad aiutare davvero se ne avesse bisogno.
Quell’incertezza – “non so a chi potrei rivolgermi in un momento difficile” – è una delle forme più pesanti e più invisibili di solitudine che esistano, e molto più comune di quanto si pensi.
Epicuro è stato un filosofo greco nato a Samo intorno al 341 a.C. e morto ad Atene nel 270 a.C., fondatore dell’Epicureismo, autore di riflessioni fondamentali sull’amicizia, il piacere come assenza di dolore, la felicità come stato raggiungibile, e la necessità di liberarsi dalla paura della morte. È stata una delle figure più fraintese – spesso ridotta a una filosofia del piacere superficiale – e più affascinanti dell’intera filosofia antica, qualcuno per cui l’amicizia era tra i beni più necessari per vivere bene.
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