Recalcati ai genitori: quando vostro figlio si ribella sta facendo il suo mestiere, ricava la sua differenza da voi

Una mattina come tante tuo figlio sbatte una porta, risponde male e dice: «Non sei tu a decidere per me». Tu resti lì, ferito, convinto di dover necessariamente rispondere a quella provocazione, dimenticando che, qualche capello bianco prima, forse hai fatto anche tu le stesse scenate. La ribellione fa paura perché mette in discussione il legame, le regole, perfino l’immagine che un genitore ha costruito di lui. Eppure, come ricorda Massimo Recalcati, il conflitto non è una semplice fase da sopportare: è una necessità. Per diventare se stesso, un figlio deve prima avere il coraggio di dire “io”.

figlio si ribella

La rivolta che fa paura ai genitori

C’è un momento in cui un figlio smette di essere quello che il genitore aveva immaginato: non ascolta più allo stesso modo (anzi, non ascolta e basta), non accetta più ogni regola, comincia a contestare qualsiasi cosa, alza gli occhi al cielo, risponde male. E spesso il genitore si scandalizza, come se quella ribellione fosse una coltellata inferta alla famiglia. Come se crescere un figlio significasse ottenere, in cambio, obbedienza a tempo indeterminato. È proprio qui che la frase di Massimo Recalcati diventa uno schiaffo necessario:

“Tutti i figli hanno necessità della rivolta, cioè necessità di entrare in conflitto con i loro genitori, soprattutto nell’adolescenza.”

Non dice che il conflitto sia bello, educato o piacevole. Dice che è necessario. E questa parola mette in crisi parecchie convinzioni. Il figlio, soprattutto durante l’adolescenza, ha bisogno di smettere di essere semplicemente “il figlio di”. Deve cominciare a capire chi è quando non coincide più con ciò che il genitore desidera per lui. Il problema è che molti genitori vogliono un figlio autonomo, purché l’autonomia non lo porti troppo lontano; lo vogliono adulto, ma con le idee che hanno scelto loro; e ancora lo vogliono sicuro di sé, ma non abbastanza da contraddirli; ma poi lo vogliono anche libero, possibilmente dentro i confini stabiliti da mamma e papà. E allora arriva la rivolta, quella vera, quella che disturba. E il genitore dovrebbe smetterla di considerarla automaticamente un fallimento educativo. A volte, al contrario, è il segnale che qualcosa sta finalmente funzionando.

Il conflitto genitore-figlio non è una guerra

Dunque, se sei arrivato a leggere fino a qui, avrai capito che un figlio ha bisogno del conflitto per costruire la propria differenza dalla vita dei genitori. Non può costruire la propria identità restando eternamente dentro quella altrui. Deve prendere le distanze. Deve dire dei no. Deve perfino sbagliare contro il consiglio ricevuto. E sì, qualche volta deve scegliere una strada che il genitore considera assurda.

È una faccenda dolorosa, perché ogni genitore vorrebbe evitare al proprio figlio le cadute che ha conosciuto. Ma c’è una trappola: confondere la protezione con il controllo. Un genitore che decide tutto, anticipa tutto, corregge tutto e giudica tutto rischia di crescere non una persona autonoma, ma qualcuno che sa soltanto obbedire oppure ribellarsi senza misura. La rivolta sana, invece, ha un compito preciso: separare senza necessariamente distruggere.

Un figlio non deve odiare il genitore per diventare se stesso: deve semplicemente smettere di averne bisogno per ogni scelta. E qui il genitore viene messo davanti a una verità poco consolante: educare significa anche prepararsi a perdere centralità. Prima o poi il figlio dovrà guardare altrove. Avrà amici, amori, idee, passioni e persino valori che non coincidono con quelli familiari. Se ogni differenza viene vissuta come un’offesa, il conflitto diventa una battaglia. Se invece viene riconosciuta come una tappa della crescita, può trasformarsi in un passaggio decisivo. Il figlio dice: “Io non sono te”. Il genitore, per quanto possa bruciare, dovrebbe riuscire a rispondere: “Va bene. Adesso fammi vedere chi sei”. È molto più difficile che impartire l’ennesima predica, ma è infinitamente più educativo.

Abbi il coraggio di lasciare andare, ma nel modo giusto

Alla fine, la questione non riguarda soltanto gli adolescenti, ma la paura stessa degli adulti davanti alla libertà dei figli. Quando un figlio prende le distanze, il genitore può sentirsi rifiutato. Ma una distanza non è necessariamente un abbandono. Può essere il modo attraverso cui una relazione cambia forma. Il figlio che cerca la propria strada – anche contestando qualsiasi cosa il genitore gli dica – non sta necessariamente cancellando ciò che ha ricevuto, ma sta cercando di renderlo suo.

Anche il conflitto può avere una funzione affettiva: costringe entrambi a uscire da una relazione fondata sulla dipendenza e a costruirne una fondata sul riconoscimento. È una delle ironie più dure della genitorialità: si cresce un figlio perché possa diventare libero e poi, quando comincia a esserlo, ci si lamenta perché non ascolta più. Forse la vera maturità del genitore consiste proprio nel sopportare questa ferita senza trasformarla in ricatto.

Cosa puoi fare? Quando arriva quella temuta ribellione, prova ad ascoltare tuo figlio, prima di cercare di correggergli qualsiasi cosa; prima di giudicare, chiediti cosa tuo figlio stia tentando di affermare.

Un figlio diventa davvero adulto quando può dire “io” senza avere più bisogno di essere la copia di qualcun altro. E il genitore, a quel punto, non perde un figlio: scopre finalmente la persona che aveva contribuito a far nascere.

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