L’obiettivo non è scoprire chi sei ma rifiutare cosa sei e immaginare cosa potresti diventare: una frase di Foucault

Quante volte hai sentito dire “sii te stesso”, “scopri chi sei davvero”, “trova la tua identità autentica”? È una delle grandi narrazioni del nostro tempo; l’idea che dentro di noi esista un sé vero e definitivo che aspetta solo di essere scoperto e finalmente espresso, come un oggetto nascosto in fondo a un cassetto. La self-discovery è diventata quasi un’industria: libri, podcast, percorsi terapeutici, ritiri, tutti orientati verso la stessa destinazione: trovare chi si è davvero. Michel Foucault smonta quella narrazione con una frase che cambia completamente il punto di partenza e la direzione del viaggio.

immaginare cosa potresti diventare

Quale dovrebbe essere il nostro obiettivo principale secondo Foucault

“Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare.”

La struttura è quella del rovesciamento: non scoprire, ma rifiutare; non trovare. ma costruire; non l’identità come qualcosa che si ha, ma come qualcosa che si crea.

Perché “scoprire” non basta

L’idea di scoprire chi si è presuppone che l’identità sia già lì, fissa e completa, in attesa di essere trovata, come un oggetto nascosto che esiste in modo autonomo e definitivo, indipendentemente da chi lo cerca e dal momento in cui lo trova. Foucault contesta proprio questa premessa nel suo nucleo.

L’identità non è un dato della natura: è una costruzione storica, sociale, culturale, il risultato di processi molto specifici che ci hanno formato nel tempo. Quello che siamo adesso è il prodotto di quelle formazioni: istituzioni che ci hanno attraversato, norme che abbiamo interiorizzato, aspettative che abbiamo assorbito, ruoli che ci sono stati assegnati e che abbiamo accettato. Scoprire quell’identità non ci libera da quei processi: ci consegna completamente a ciò che siamo già stati fatti essere da loro.

Questa frase mi ha spiazzata la prima volta che l’ho incontrata. Ero abituata all’idea che conoscersi fosse la forma più alta di libertà. Foucault dice il contrario: la libertà comincia quando ci si rifiuta di essere solo quello che si è già diventati.

Rifiutare quello che si è

“Rifiutare quello che siamo”: non nel senso di negarsi, di odiare se stessi, di fare tabula rasa di tutto quello che si è stati. Nel senso di non accettare che quello che si è adesso sia il punto finale, la versione definitiva di se stessi. Di non chiudersi nell’identità come in una definizione conclusa che non ammette ulteriori variazioni. Di tenere deliberatamente aperto lo spazio tra quello che si è diventati e quello che si potrebbe ancora diventare: uno spazio che tende a chiudersi da solo se non lo si custodisce attivamente.

Questo rifiuto è un atto critico consapevole: nei confronti di se stessi, ma anche e soprattutto nei confronti delle strutture sociali e culturali che ci hanno definito nel tempo: i ruoli assegnati, le aspettative familiari interiorizzate, i modelli culturali che abbiamo assorbito senza averli scelti e spesso senza nemmeno aver avuto la possibilità di esaminarli.

Immaginare e costruire

“Dobbiamo immaginare e costruire”: due verbi molto diversi che Foucault mette insieme deliberatamente e in quest’ordine preciso. Immaginare è il gesto creativo necessario: aprire la possibilità di qualcosa che non esiste ancora, che non è mai esistito, che non si sa esattamente cosa sarà. Costruire è il gesto pratico che deve seguire: lavorare concretamente e con continuità su quella possibilità aperta. Non basta immaginare chi si potrebbe diventare, bisogna costruirlo attivamente, giorno per giorno, scelta per scelta, anche quando non è chiaro dove si arriverà.

Michel Foucault è stato filosofo, storico e teorico francese, nato nel 1926 e morto nel 1984, autore di Sorvegliare e punire, Le parole e le cose, La storia della sessualità e di molte altre opere che hanno ridefinito la filosofia, la sociologia e la critica culturale del Novecento.

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