Nella memoria di chi ti ha frequentato nel passato reciti sempre la stessa parte: una frase di Michelangelo

Hai mai incontrato qualcuno dopo anni – un compagno di scuola, un collega di un lavoro vecchio, un parente che non vedi spesso – e sentito che ti vedeva ancora come eri allora? Non come sei adesso, con tutto quello che hai attraversato e che ha cambiato il modo in cui guardi le cose e stai nel mondo. Come eri in quel momento specifico in cui vi siete conosciuti. Come se il tempo che è passato per te non fosse passato per loro, come se fossi rimasto fermo nell’immagine che avevano costruito in quel periodo e conservato senza aggiornamento. Questa frase è comunemente attribuita a Michelangelo Buonarroti, anche se la sua precisa origine testuale è discussa tra gli studiosi, come capita spesso con aforismi molto citati. Ciò che conta è che descrive con una parola molto precisa il meccanismo di questa esperienza: la parte.

chi ci ha frequentati nel passato

Il nostro ruolo fisso nella memoria delle persone

“Nella memoria di chi ci ha frequentati nel passato recitiamo sempre la stessa parte.”

L’uso della metafora teatrale è deliberato e molto preciso. Non dice che le persone ci ricordano in modo sbagliato o ostile, ma qualcosa di più neutro e di più strutturale: ci mettono in scena in un ruolo fisso, quello che avevano visto recitare in quel periodo specifico. Come se avessero scritto un copione tanti anni fa e continuassero a darci quella parte ogni volta che ci incontrano, senza riscrivere il copione alla luce di tutto quello che è successo dopo.

La memoria come palcoscenico

Chi ci ha conosciuto in un momento specifico della vita – a scuola quando si era adolescenti, in un lavoro che si è lasciato anni fa, in una fase della vita che ormai sembra lontanissima – conserva di noi l’immagine di quel momento preciso, congelata nel tempo in cui si è formata. Non per mancanza di intelligenza o di apertura nei confronti del cambiamento: è il modo in cui funziona la memoria umana, che non si aggiorna automaticamente con nuove informazioni. Si fissa un’impressione in un contesto, e quell’impressione tende a restare abbastanza stabile anche quando la persona che si era impressa nella memoria è cambiata in modo significativo.

Capisco questa esperienza in modo molto concreto. Quando incontro persone che mi conoscevano a vent’anni, mi sento recitare una parte che non è più la mia. Come se dovessi essere la versione di me che loro hanno archiviato. Non è una loro mancanza: è la struttura della memoria. E succede anche a me, quando incontro loro: restano ancora quelli che sono stati in quella fase particolare della mia vita.

Il problema dell’identità fissa

Quello che questa frase mette in luce con grande precisione è il conflitto costante tra come ci si vede da dentro – in evoluzione continua, in cambiamento, capaci di essere persone diverse in momenti diversi e in contesti diversi – e come si viene visti da fuori da chi ci ha conosciuto in passato: fissi, prevedibili, fedeli a un’immagine costruita in un momento passato e mai aggiornata.

Questo è uno dei motivi per cui le riunioni di classe, i ritorni al paese d’origine, gli incontri con la famiglia allargata possono essere al tempo stesso preziosi e soffocanti in modo quasi fisico: si viene visti con affetto, ma si viene visti come si era, non come si è diventati. E la distanza tra le due versioni può essere molto grande.

Uscire dalla parte

C’è un modo per uscire dalla parte che gli altri ci hanno assegnato nella loro memoria? In parte sì, anche se non completamente: mostrare chi si è adesso invece di conformarsi all’aspettativa, mostrare la versione attuale invece di recitare quella storica che si sente arrivare dalla loro aspettativa. Ma richiede energia e un certo coraggio esplicito, perché significa deludere l’immagine che l’altro ha di te: un’immagine a cui si è affezionato, che non ha mai chiesto il tuo permesso, e che spesso è più comoda della realtà aggiornata.

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