Cosa dicono i nostri amici in nostra assenza? Secondo Pascal, se lo sapessimo poche amicizie sopravviverebbero

Il 19 agosto 1662 è morto Blaise Pascal, matematico, fisico e filosofo francese. Tra i suoi aforismi più noti c’è questo – breve, quasi crudele nella sua semplicità e nella sua onestà – che dice qualcosa che tutti sanno per esperienza, ma che nessuno ama pensare troppo a lungo e troppo attentamente.

aforisma di Pascal

Cosa dicono i nostri amici in nostra assenza?

“Poche amicizie sopravvivrebbero, se ciascuno sapesse ciò che il suo amico dice di lui in sua assenza.”

La struttura è quella del condizionale che smonta un’illusione in modo molto gentile, ma molto preciso. Non dice che le amicizie siano false o costruite su menzogna deliberata. Dice che sopravvivono in parte grazie a quello che non si sa, grazie all’assenza di informazioni complete sull’altro.

La conoscenza completa – sapere esattamente quello che l’amico dice quando non siamo lì, in ogni conversazione, con ogni persona – sarebbe troppo per la maggior parte dei legami da sostenere invariata.

Cosa si dice in assenza

Cosa si dice degli amici quando non ci sono? Le cose che non si direbbe in faccia: le critiche che si tengono per sé per non ferire o per non creare conflitto, le irritazioni accumulate che si esprimono solo quando l’altro non è lì ad ascoltare, le debolezze osservate che si commentano con terzi, i giudizi che si conservano in presenza e che si sciolgono nell’assenza. Non necessariamente con cattiveria o con intenzione di danneggiare. Spesso con affetto reale e genuino, e nondimeno con una libertà di giudizio che la presenza dell’altro, inevitabilmente, blocca o attenua.

Leggendo questa frase, ho pensato a quello che io stessa dico degli amici quando non ci sono. Non sono giudizi malvagi: sono osservazioni oneste che non direbbero niente di diverso da quello che so già. Eppure non le direi in faccia. Pascal dice: questo è il normale funzionamento dell’amicizia. E se è così, devo accettare che anche i miei amici facciano lo stesso con me, quando non sono presente. Altrimenti, il rischio è che gran parte delle amicizie si spezzino.

L’ipocrisia come lubrificante sociale

Pascal non stava condannando questa dinamica come una forma di ipocrisia nel senso negativo e moralista del termine. Stava osservando qualcosa di strutturale e di inevitabile nel funzionamento delle relazioni umane: la presenza dell’altro altera il giudizio che si esprime su di lui, l’assenza lo libera in modo che in presenza sarebbe impossibile, e questa alternanza continua tra il dire e il non dire è parte integrante di come le relazioni funzionano davvero nella vita quotidiana.

Le amicizie non sopravvivono alla trasparenza totale non perché siano false o ipocrite, ma perché gli esseri umani non sono progettati per la trasparenza totale nelle relazioni ravvicinate, e forse non è nemmeno quello di cui hanno bisogno.

La sopravvivenza selettiva

“Poche amicizie sopravvivrebbero”: non tutte, non nessuna. Poche. Quella specificità è importante: Pascal non sta dicendo che l’amicizia è un’illusione totale, che non esiste lealtà vera, che tutti mentono su tutti. Sta dicendo che la maggioranza dei legami che si chiama amicizia include una componente di non detto che, se resa visibile, cambierebbe la natura del rapporto.

Quelle che sopravviverebbero sarebbero le amicizie in cui quello che l’amico dice in assenza è sostanzialmente lo stesso – o anche più gentile – di quello che dice in presenza. Quelle sono le amicizie vere nel senso più profondo, dove la coerenza tra dentro e fuori è reale. Riconoscere quali amicizie sarebbero in quella categoria è un esercizio interessante, e non sempre rassicurante.

Blaise Pascal è stato matematico, fisico e filosofo francese, nato nel 1623 e morto nel 1662, autore dei Pensieri, inventore della prima calcolatrice meccanica e fondatore del calcolo delle probabilità, una delle menti più brillanti e più versatili del XVII secolo.

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