Cosa stai costruendo adesso che ti servirà quando la forza fisica sarà diminuita, quando l’energia dei trent’anni non ci sarà più, quando quello che avrai sarà quello che hai accumulato nel tempo attraverso le tue scelte? È una domanda che non si fa spesso, perché la giovinezza – ma anche la “maturità” di chi non è né giovane ne ancora vecchio – ha la sensazione di essere illimitata, perché il futuro sembra sempre abbastanza lontano da essere rimandabile, e perché costruire per il sé futuro richiede una forma di immaginazione che è difficile da mantenere quando il presente è già pieno. Leonardo da Vinci aveva su questo, tra le mille cose che aveva pensato e scritto nei suoi quaderni, una riflessione molto concreta e molto diretta.

La vecchiaia ha bisogno del cibo messo da parte in gioventù
“Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal moda in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.”
Il linguaggio è quello del Quattrocento – “acquista”, “ristori”, “adoprati” – ma il pensiero è chiarissimo e non ha perso niente della sua pertinenza nel corso di cinque secoli. La “vecchiezza” ha “danni”: perdite reali e concrete di capacità fisiche, di energie, di possibilità che prima erano disponibili.
Non è una visione catastrofica: è una descrizione realistica di come funziona il corpo nel tempo. E quella “vecchiezza” ha bisogno di “cibo”: di qualcosa che la nutra e la sostenga in modo che le perdite fisiche non la lascino vuota. La domanda di Leonardo è diretta: cosa prepari adesso per quel momento che arriverà?
Il danno della vecchiaia
Leonardo non romanticizza la vecchiaia. La chiama direttamente: un danno. Qualcosa che toglie. Non dice che invecchiare è brutto in senso assoluto: dice che porta una perdita reale che richiede qualcosa che la “ristori”, che la compensi, che la bilanci.
Quando ho letto questa frase per la prima volta ho pensato seriamente a quello che sto costruendo adesso per il me futuro. Non nel senso finanziario, non nel senso dei beni materiali, ma nel senso di conoscenze accumulate, di relazioni coltivate, di profondità sviluppata. Cosa mi sarà rimasto quando l’energia dei giorni più intensi sarà diminuita?
La sapienza come nutrimento
La parola chiave della frase di Leonardo è “sapienza”: non conoscenza, non informazione, non competenza tecnica. La conoscenza è informativa: si acquisisce, si accumula, si può anche dimenticare o diventare obsoleta. La sapienza è formativa: è quello che si è diventati attraverso le esperienze vissute davvero, le letture che hanno cambiato qualcosa nel modo di guardare, le relazioni significative, le difficoltà attraversate senza aggirare il loro contenuto. La sapienza non si perde con il corpo che invecchia, anzi, spesso cresce proprio quando il corpo rallenta e c’è più spazio per la riflessione.
Leonardo dice: se vuoi che la vecchiaia abbia questo nutrimento necessario, lavora adesso per costruirlo. Non aspettare che arrivi da sola: la sapienza non si accumula per inerzia. Si coltiva deliberatamente, nell’abitudine di imparare anche quando non sembra urgente, di riflettere sull’esperienza invece di lasciarla passare senza ricavarne niente, di non smettere mai di apprendere anche quando si è già bravi in quello che si fa.
Un investimento nel sé futuro
L’immagine agricola implicita nel verbo “adoperati” – lavorare la terra, preparare il terreno con cura e con pazienza – è quella di un investimento a lungo termine che richiede fiducia nel futuro. Non si semina oggi per raccogliere domani mattina. Si semina per una stagione che arriverà lenta e inevitabile, in cui si vivrà di quello che si è coltivato con pazienza.
Leonardo da Vinci è stato pittore, scienziato, inventore e poliedrico genio del Rinascimento italiano, nato nel 1452 e morto nel 1519, autore della Gioconda e dell’Ultima Cena, tra le opere più note e più studiate al mondo.