Rimandi. Cose non dette. Conversazioni che si rinviano perché c’è tempo, perché “si vedrà”, perché non è il momento giusto o perché non si sa bene come cominciare. Messaggi che si scrivono e non si inviano. Telefonate che si rimandano alla settimana prossima. E poi arriva un giorno in cui l’altro non c’è più – per la morte, per una rottura definitiva, per la distanza che si è fatta definitiva – e quello che non si è detto rimane lì, senza nessun posto dove andare, senza nessuno che possa riceverlo. Umberto Galimberti ha su questo una riflessione che non consola, ma che orienta verso qualcosa di vero.

Vivi le relazioni da vivo
“Vivi fino in fondo le relazioni da vivo, perché, dopo la morte di uno dei due, la relazione si custodisce nell’interiorità di chi sopravvive, ma l’altro non risponde.”
L’espressione “da vivo” nella frase di Galimberti sembra quasi ridondante, e invece è precisa e necessaria. Vivere le relazioni da vivo significa non rimandare quello che si sente, non risparmiarsi nelle cose importanti, non aspettare il momento migliore che non arriva mai. Significa essere davvero presenti in quello che si ha con l’altro finché l’altro c’è, finché risponde, finché la relazione è ancora a due direzioni. Perché dopo – dopo che uno dei due se ne va – la relazione continua, ma in modo radicalmente e definitivamente diverso: diventa un monologo.
Penso alle persone importanti che sono state nella mia vita e che non ci sono più. A cose che avrei potuto dire e non ho detto. Non per paura o per malevolenza: semplicemente perché sembrava ci fosse ancora tempo. Galimberti dice: non c’è sempre tempo. Non si sa mai quale sarà l’ultima conversazione.
La solitudine inoltrepassabile
“E questa non risposta sigilla la nostra inoltrepassabile solitudine, che forse è la realtà ultima della nostra esistenza, che si rivela solo quando il nostro amico o nemico se ne va.”
“Inoltrepassabile”: una parola sola che contiene tutto il peso della riflessione. Non una solitudine temporanea che si risolve trovando la compagnia giusta. Non una solitudine che dipende dalle circostanze esterne. Una solitudine che è strutturale all’esistenza umana stessa, che non si supera perché è parte costitutiva di quello che siamo. E si rivela – dice Galimberti – solo quando qualcuno se ne va definitivamente. Non prima. La presenza dell’altro la copre, la nasconde, la rende sopportabile, la trasforma in qualcosa di vivibile. L’assenza la scopre per quello che è sempre stata.
C’è qualcosa di molto onesto e di molto scomodo in questa riflessione. Non promette che l’amore vince la solitudine o la dissolve. Dice che l’amore la tiene a bada nella quotidianità. E che quando l’amore si interrompe – per la morte, per la distanza che diventa definitiva – la solitudine torna a essere pienamente visibile.
Custodire il nome
“Ma quando uno se ne va prima dell’altro, l’altro resterà per dire il suo nome, non per rievocarne la memoria, ma per custodirlo nell’interiorità.”
Questa è la più bella delle tre frasi. Non rievocarne la memoria: custodirlo nell’interiorità. La differenza è enorme: la memoria è un atto volontario, un’attività cognitiva. La custodia dell’interiorità è qualcosa di più profondo: è portare quella persona dentro di sé come parte di chi si è diventati attraverso il rapporto con lei.
Dire il nome è il gesto minimo e il più potente che rimanga: tenere viva la presenza di qualcuno attraverso il suono di quello che era, il suono che lo identificava in modo unico tra tutti gli altri esseri umani. Non il ricordo degli episodi: ma il nome. Il gesto più semplice che tiene accesa la presenza.
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