In un elegante salotto letterario, tra poltrone di velluto, librerie colme di volumi e il calore di un camino acceso, un gruppo di scrittori, filosofi e appassionati di letteratura si riunisce per discutere di una delle esperienze più misteriose e universali dell’esistenza. Fuori dalle finestre la città è avvolta dalla sera, mentre all’interno del circolo le voci si intrecciano, accompagnate dal fruscio delle pagine. Quella sera, però, l’attenzione di tutti è concentrata su due uomini seduti uno di fronte all’altro: Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj. Due scrittori profondamente diversi, ma entrambi capaci di osservare l’animo umano nelle sue contraddizioni più profonde.
Sul tavolo al centro della sala è stato lasciato un foglio con una sola domanda: perché abbiamo così paura di rimanere soli?
Per Fëdor Dostoevskij:
“Il dolore della solitudine è come un urlo muto nel cuore: nessuno lo sente, ma tu sì.”
Per Lev Tolstoj:
“La solitudine: un mare mai raggiunto da nessuna riva, un ponte da nessuna strada, un colore da nessuna luce.”
È ovviamente una scena immaginata, ma prova a pensare di poter entrare in quel salotto, sederti accanto agli altri ospiti e ascoltare Dostoevskij e Tolstoj mentre cercano di rispondere a una domanda che, prima o poi, riguarda tutti noi. Perché possiamo trascorrere una vita intera circondati da persone e, nonostante questo, sentirci profondamente soli? E perché, quando finalmente rimaniamo soli con noi stessi, spesso sentiamo il bisogno di riempire immediatamente quel silenzio? Forse non abbiamo paura soltanto dell’assenza degli altri; forse abbiamo paura di ciò che potremmo incontrare dentro di noi quando gli altri non ci sono più.

Cosa succede quando due grandi scrittori pensano alla solitudine
«È curioso», dice Dostoevskij osservando le persone riunite nella stanza, «come gli uomini cerchino continuamente la compagnia degli altri e, allo stesso tempo, abbiano così tanta difficoltà a farsi conoscere davvero.»
Tolstoj lo guarda per qualche secondo.
«Forse perché essere circondati non significa necessariamente essere compresi. Una stanza piena di persone può essere più solitaria di una stanza vuota.»
Una giovane donna seduta vicino al camino interviene.
«Ma allora la solitudine non dipende dall’essere soli?»
Dostoevskij sorride.
«Non sempre. Esiste una solitudine che nasce dall’assenza degli altri e una che nasce dalla sensazione di non essere raggiunti da nessuno. La seconda può essere molto più dolorosa.»
Il padrone del circolo sistema alcuni libri sul tavolo.
«Eppure oggi sembra più facile che mai restare in contatto con gli altri.»
Tolstoj annuisce.
«Sì. Possiamo parlare con qualcuno in qualsiasi momento. Proprio per questo rischiamo di dimenticare una cosa importante: essere in contatto non significa essere vicini.»
Dostoevskij osserva il telefono appoggiato sul tavolo.
«L’uomo moderno può avere centinaia di persone intorno a sé e non avere nessuno a cui raccontare ciò che davvero lo tormenta.»
Un’altra donna interviene dalla poltrona accanto alla finestra.
«Forse perché abbiamo paura di mostrarci per quello che siamo.»
«Esattamente», risponde Dostoevskij. «La solitudine fa paura anche perché ci insegna quanto desideriamo essere conosciuti. Ma essere conosciuti significa anche rischiare di essere giudicati, rifiutati o abbandonati.»
Tolstoj prende lentamente una tazza di tè.
«Quando siamo soli, non possiamo più utilizzare gli altri come uno specchio attraverso cui definire noi stessi.»
Dostoevskij lo guarda.
«Vuoi dire che abbiamo bisogno degli altri per sapere chi siamo?»
«In parte sì. Ma se abbiamo sempre bisogno del loro sguardo, rischiamo di non sapere più chi siamo quando quello sguardo scompare.»
Per qualche istante nessuno parla. Il fuoco nel camino crepita lentamente.
Dostoevskij guarda verso la finestra.
«Forse è questo ciò che rende la solitudine così difficile. Quando gli altri se ne vanno, rimaniamo davanti alle nostre domande.»
Tolstoj annuisce.
«E non possiamo più rimandare le risposte.»
«Chi sono veramente? Cosa desidero? Sono felice? Sto vivendo come vorrei? Chi mi ama davvero?»
Dostoevskij pronuncia le domande una dopo l’altra.
«E soprattutto», aggiunge, «cosa rimane di me quando nessuno mi sta guardando?»
La giovane donna vicino al camino abbassa gli occhi.
«Forse è proprio questo che mi fa paura quando sono sola. Non il silenzio, ma quello che penso durante il silenzio.»
Tolstoj le sorride.
«Eppure ciò che emerge quando siamo soli non è necessariamente qualcosa da temere. Può essere anche ciò che abbiamo cercato di ascoltare per troppo tempo.»
Dostoevskij interviene.
«La solitudine può diventare uno specchio e non tutti hanno il coraggio di guardarsi quando non possono più fingere.»
Un uomo anziano prende la parola.
«Ma allora dovremmo imparare a stare soli?»
Tolstoj rimane qualche secondo in silenzio.
«Dovremmo imparare a non avere bisogno degli altri per fuggire da noi stessi.»
Dostoevskij annuisce.
«Perché chi non riesce mai a stare solo può finire per accettare qualsiasi compagnia pur di non sentire il vuoto.»
La frase lascia tutti in silenzio. Forse è una delle forme più dolorose della solitudine: sentirsi soli accanto alla persona che dovrebbe farci sentire meno soli.
Tolstoj posa la tazza sul tavolo.
«Pensiamo spesso che il contrario della solitudine sia la compagnia. Ma non è così semplice.»
Dostoevskij lo guarda.
«Qual è allora il contrario della solitudine?»
«La connessione. Sentire che qualcuno riesce a raggiungere una parte di noi che teniamo nascosta.»
Dostoevskij sorride.
«Ecco perché una sola persona può essere più importante di cento.»
Un giovane scrittore interviene.
«Ma non è inevitabile che una parte di noi rimanga sempre irraggiungibile?»
«Sì», risponde Tolstoj. «Ogni essere umano conserva dentro di sé una stanza in cui nessun altro può entrare completamente.»
Dostoevskij aggiunge:
«Ma questo non significa che dobbiamo chiuderla a chiave.»
La conversazione è ormai diventata più intima. Ognuno sembra pensare alle proprie stanze vuote, alle persone lontane e a quelle che, pur essendo presenti, sembrano irraggiungibili.
Una delle partecipanti rompe il silenzio.
«Forse abbiamo paura della solitudine perché ci ricorda che nessuno può vivere al posto nostro.»
«E nessuno può salvarci completamente da noi stessi», aggiunge Dostoevskij.
Tolstoj sorride.
«Ma può essere anche una forma di libertà. Quando impariamo a stare con noi stessi, smettiamo di cercare qualcuno soltanto per riempire il vuoto.»
Dostoevskij annuisce.
«Forse è proprio allora che possiamo amare davvero: quando non abbiamo bisogno di qualcuno per non sentirci soli.»
Il padrone del circolo guarda l’orologio. È ormai tardi.
Tolstoj osserva il fuoco.
«La solitudine può distruggere quando ci convince che nessuno potrà mai comprenderci. Ma può anche insegnarci che non tutto ciò che è silenzioso è vuoto.»
Dostoevskij sorride.
«E non tutto ciò che è pieno di persone è vita.»
La giovane donna prende il cappotto e si ferma accanto alla porta.
«Forse ho capito che essere sola non significa necessariamente essere abbandonata.»
Il salotto torna lentamente al silenzio.
Tolstoj si alza.
«Non dobbiamo imparare a non essere soli.»
Dostoevskij lo guarda.
«Ma a non sentirci perduti quando lo siamo.»
Perché la solitudine ci fa paura?
Dostoevskij ci ricorda il dolore di sentirsi incompresi, mentre Tolstoj mostra come la solitudine possa diventare anche un’occasione per incontrare noi stessi.
La solitudine ci fa paura perché ci mette davanti a ciò che non possiamo evitare: il bisogno degli altri, le nostre fragilità e, soprattutto, noi stessi. Non è soltanto l’assenza di qualcuno, ma la sensazione di non essere raggiunti, compresi, riconosciuti.
Eppure, proprio nel silenzio, possiamo scoprire parti di noi che il rumore della vita quotidiana tende a nascondere. Perché la vera libertà non consiste nel non avere bisogno di nessuno, ma nel saper amare la presenza degli altri senza avere paura della loro assenza. Forse, allora, non dobbiamo imparare a non avere paura della solitudine, ma a non sentirci perduti quando arriva.
Cosa puoi fare? Ogni tanto, prova a non riempire subito il silenzio. Resta con te stesso, ascolta ciò che emerge e prova a conoscere quella parte di te che il rumore degli altri spesso nasconde.
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