Dialogo tra scrittori: perché proviamo invidia e cosa ci dice davvero di noi? Oscar Wilde vs Franz Kafka

Era una sera strana, di quelle in cui la luce non riesce a decidere se andarsene o restare. Oscar Wilde era appoggiato allo stipite di una porta con un bicchiere in mano e l’aria di chi si annoia magnificamente. Franz Kafka era seduto in un angolo, le spalle curve, gli occhi che guardavano un punto del pavimento come se lì ci fosse scritta una domanda senza risposta.

Qualcuno li aveva messi nella stessa stanza. Probabilmente per vedere cosa succedeva.

«Sa,» disse Oscar Wilde, senza guardarsi intorno, «ho sempre trovato l’invidia un sentimento molto rivelatore.»

Kafka alzò gli occhi. «Rivelatore di cosa?»

«Di chi siamo davvero, quando nessuno ci guarda.»

Kafka tornò a guardare il pavimento. «Questo non mi consola affatto.»

«No,» disse Oscar Wilde, avvicinandosi, «ma almeno è onesto.»

Oscar Wilde vs Franz Kafka

Perché proviamo invidia e cosa ci dice davvero di noi?

«Partiamo dall’inizio,» disse Oscar Wilde, sedendosi con la grazia di chi ha tutto il tempo del mondo. «Lei ha mai invidiato qualcuno?»

Kafka lo guardò come se fosse una domanda stupida. «Ogni giorno.»

«Bene. Io anche.» Oscar Wilde sorrise. «La differenza è che io l’ho sempre trovata utile.»

«Utile.»

«Utile. L’invidia è una freccia. Punta sempre verso qualcosa che desideriamo. Il problema non è provarla; il problema è non capire dove punta.»

Kafka scosse la testa lentamente. «Lei trasforma tutto in qualcosa di elegante. Ma l’invidia non è elegante. È una cosa brutta, piccola, che ti rode dentro. Non punta da nessuna parte: ti tiene fermo.»

Pensa all’ultima volta che hai visto su Instagram la foto delle vacanze di un amico: spiagge, tramonti, aperitivi. E per un secondo, invece di essere contento per lui, hai sentito qualcosa di storto. Un fastidio. Una domanda che non volevate fare: perché lui sì e io no?

Oscar Wilde avrebbe detto: benissimo. Quella domanda è preziosa. Ti sta dicendo che anche tu vuoi quelle vacanze, quella leggerezza, quella vita lì. Non sprecare tempo a vergognarti: usala.

Kafka avrebbe detto: non è così semplice. Perché il problema non sono le vacanze. Il problema è quella voce dentro che dice che lui le merita e tu no. E quella voce non sparisce andando in vacanza.

«Io credo,» disse Kafka, «che l’invidia non parli di quello che vogliamo. Parla di quello che pensiamo di non meritare

Oscar Wilde alzò un sopracciglio. «Interessante. Continui.»

«Se invidiamo qualcuno, non è solo perché ha qualcosa che noi non abbiamo. È perché in fondo crediamo che lui abbia il diritto di averla, e noi no. È lì il veleno. Non nel desiderio, ma nella convinzione di non essere abbastanza per ottenerlo.»

«E quindi?»

«E quindi l’invidia non è una freccia. È un muro.»

Oscar Wilde restò in silenzio un momento, cosa rara, per lui. Poi: «Ha detto una cosa vera. Ma io aggiungerei: il muro lo costruiamo noi. E quello che costruiamo noi, possiamo anche smontarlo.»

«Bello da dire.»

«Tutto il bello è bello da dire. Il difficile è un altro problema.»

«Mi spieghi una cosa,» disse Kafka. «Lei dice che l’invidia è utile, che ci indica quello che vogliamo. Ma cosa facciamo di quell’informazione? Perché nella maggior parte dei casi, le persone non la usano. La reprimono, si vergognano di provarla, oppure la trasformano in rancore verso chi invidiano.»

«Esatto,» disse Oscar Wilde. «E sa perché? Perché nessuno insegna a guardare l’invidia in faccia. Si insegna che è un peccato – uno dei sette capitali, tra l’altro, in ottima compagnia – e quindi la si nasconde. Ma le cose che si nascondono non spariscono. Fermentano.»

«E diventano peggiori,» disse Kafka.

«Diventano peggiori,» confermò Oscar Wilde. «Mentre se la guardi, se ti chiedi onestamente: cosa mi sta dicendo questa cosa brutta che sento adesso? spesso trovi qualcosa di utile. Un desiderio che non sapevi di avere. Una direzione che non avevi considerato.»

Pensa a un collega che ottiene la promozione che aspettavi anche tu. Il primo istinto, per molti, è dire: «La meritavo io.» Oppure: «Ha fatto il furbo.» Oppure, peggio: non dire niente, sorridere, e tornare a casa con qualcosa che pesa.

Oscar Wilde direbbe: fermati un secondo. Quella promozione, la vuoi davvero? O vuoi solo il riconoscimento che non ti arriva? Perché sono due cose diverse, e capire quale delle due ti rode dentro cambia tutto quello che fai dopo.

Kafka direbbe: sì, ma c’è anche un’altra domanda. Perché sei convinto che lui la meritasse più di te? Da dove viene quella voce che ti dice che gli altri arrivano prima perché sono migliori, e tu resti indietro perché in fondo è giusto così?

«Il vero problema dell’invidia,» disse Kafka, «è che di solito ce l’abbiamo con le persone che ci somigliano. Non invidiamo chi è lontanissimo da noi: un calciatore famoso, un miliardario. O almeno, quell’invidia è astratta, non brucia. Brucia quella verso il collega, l’amico, il fratello. Quello che potrebbe essere noi, o che siamo quasi noi, ma non del tutto.»

«Ha ragione,» disse Oscar Wilde, con una serietà insolita. «L’invidia ha bisogno di uno specchio. E gli specchi li troviamo nelle persone vicine.»

«E questo,» disse Kafka, «è il motivo per cui fa così male. Perché ci dice non solo cosa vogliamo, ma anche quanto ci sentiamo distanti dall’ottenerlo. E quanto poco ci fidiamo di noi stessi.»

La luce aveva finalmente deciso di andarsene. La stanza era quasi buia.

«Allora,» disse Oscar Wilde, «cosa propone? Smettere di invidiare?»

«Impossibile,» disse Kafka. «Propongo di capire cosa c’è sotto. Non l’oggetto dell’invidia: la persona, la carriera, la relazione. Ma la storia che ci raccontiamo su noi stessi. Quella che dice: lui sì, io no. Lui può, io non posso. Lui lo merita, io no. Quella storia lì… quella si può cambiare.»

«D’accordo,» disse Oscar Wilde, alzandosi. «E nel frattempo, posso aggiungere una cosa?»

«Prego.»

«Nel frattempo – finché quella storia non cambia – almeno usate l’invidia per capire cosa volete. Non sprecatela in rancore. È un’emozione costosa. Trattatela con rispetto.»

Uscirono insieme nella notte, uno con il suo bicchiere, l’altro con le sue spalle curve e i suoi pensieri.

Nessuno dei due aveva torto. E forse è proprio questo il punto.

L’invidia non è solo un difetto da correggere, né solo una freccia da seguire. È qualcosa di più complicato: è la voce di una parte di noi che vuole qualcosa e non si sente autorizzata ad averlo. Una voce che vale la pena ascoltare, non per darle sempre ragione, ma per capire cosa sta cercando di dirci.

La prossima volta che senti quel fastidio strano verso qualcuno che ha ottenuto quello che volevi tu, non scacciarlo in fretta. Fermati un secondo e chiediti: cosa mi sta dicendo questa cosa? Cosa voglio davvero? E soprattutto: perché penso di non poterlo avere?

Le risposte non sono sempre comode. Ma sono quasi sempre utili.

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