E se l’infelicità non dipendesse da ciò che ci manca nell’amore, ma da ciò che dentro di noi non sappiamo ancora riconoscere?
In un parco cittadino, all’ombra dei pioppi e lontano dalla folla, dove le idee sembrano avere il peso delle persone che le hanno pensate, Erich Fromm e Abraham Maslow si incontrano per discutere una questione che ruota attorno a tre concetti chiave: infelicità, amore ed essere ciò che si è.
Per Fromm:
“Chissà se un felice momento d’amore o la gioia di respirare o camminare in un chiaro mattino e l’odorare l’aria fresca, non valga tutta la sofferenza e lo sforzo che la vita implica.”
Per Maslow:
“Se progetti deliberatamente di essere meno di quello che sei capace di essere, allora ti avviso che sarai infelice per il resto della tua vita.”
Da questo incontro emerge una discussione che ti porterà a rispondere a queste domande: perché siamo infelici? E se li osservassi oggi, in un momento qualsiasi della tua giornata, cosa direbbero del modo in cui stai vivendo te stesso?

Cosa succede quando Fromm e Maslow discutono dell’infelicità
Erich Fromm si sedette su una panchina, osservando in lontananza i bambini che giocavano sull’altalena, e disse:
«Abbiamo smesso di accorgerci della vita mentre cerchiamo di definirla. Eppure basta un istante pieno per giustificare tutto ciò che lo precede.»
Maslow lo interruppe: «Eppure non basta un istante per risolvere una vita. Se una persona rinuncia a ciò che potrebbe diventare, anche i momenti più belli restano incompleti.»
Fromm lo guardò: «Ma forse non siamo incompleti. Forse siamo già abbastanza, e lo abbiamo solo dimenticato.»
Maslow scosse la testa e si tamponò il sudore con un fazzoletto: «Dire “abbastanza” può diventare una forma di rinuncia. Come ben sai, l’uomo non soffre solo per mancanza di felicità, ma per mancanza di realizzazione.»
Fromm riprese a parlare, dopo qualche istante di silenzio.
«Eppure c’è un punto in cui tutto si chiarisce. Non è solo la vita che non sappiamo amare. È l’altro che non sappiamo più incontrare.» Maslow lo osservò.
«O forse è proprio nell’altro che scopriamo quanto non sappiamo chi siamo.»
Fromm scosse leggermente la testa: «Guarda come succede ogni giorno. Due persone si cercano, si avvicinano, e poi iniziano a chiedersi continuamente: “mi ama davvero?”, invece di chiedersi “sto davvero amando?”» Maslow rispose senza alzare la voce: «Perché senza un’identità chiara, l’amore diventa dipendenza. Non sai chi sei, allora ti aggrappi a chiunque ti faccia sentire qualcuno.»
Fromm lo incalzò: «Ma se non impari ad amare l’altro senza usarlo per riempire il vuoto, allora anche la tua identità resta incompleta. L’amore non è un effetto della sicurezza, è ciò che la costruisce.» Maslow lo guardò per un attimo più a lungo: «Oppure è il contrario: senza sicurezza interiore, chiami amore ciò che in realtà è bisogno.»
Fromm abbassò lo sguardo verso il parco: «E allora dimmi: quando una persona dice “mi manchi”, sta parlando dell’altro o di sé?» Maslow rispose lentamente: «A volte di entrambi. Ed è proprio questo che rende tutto così difficile da distinguere.»
Poco distante, un uomo camminava in cerca di refrigerio. Il suo telefono iniziò a squillare: lo guardò con un certo disinteresse e, dopo averlo posato in tasca, continuò a camminare osservando i due uomini vestiti di tutto punto in quella calda giornata estiva, intenti in un’accesa discussione. Le loro parole sembrano seguirlo. “Sono infelice?”, “So amare troppo o troppo poco?”, “Chi diavolo sono io?”
Fromm, intanto, lo osservò come se lo conoscesse da sempre.
«Vedi? Non gli manca la felicità. Gli manca accorgersi di ciò che già c’è.»
Maslow rispose subito:
«Oppure gli manca il coraggio di diventare qualcosa che non ha ancora osato essere.»
Fromm si appoggiò allo schienale, come se la risposta fosse alla luce di quel sole troppo caldo:
«Abbiamo trasformato la vita in una corsa verso ciò che manca, dimenticando che la pienezza è già qui, nel semplice fatto di esserci.»
Maslow replicò con fermezza:
«E abbiamo trasformato il “qui” in una scusa per non andare oltre. La consapevolezza senza crescita diventa stagnazione.»
Il silenzio tra loro lasciò per un attimo il posto alle risate dei bambini.
Fromm riprese:
«L’infelicità nasce quando non sappiamo più amare ciò che è presente. Non ciò che immaginiamo o agogniamo, ma ciò che è già davanti ai nostri occhi.»
Maslow risponde:
«E nasce anche quando tradiamo le nostre possibilità, quando scegliamo una versione più piccola di noi stessi per paura del cambiamento.»
L’uomo si fermò per un attimo, sospirò, guardò il cielo in cerca di risposte a quelle domande che ancora non lo avevano abbandonato. Poi riprese a camminare.
Fromm lo osservò:
«Non gli serve diventare altro. Gli serve accorgersi che non è mai stato separato dalla vita che cerca.»
Maslow invece lo guardò come se vedesse una direzione ancora non scelta:
«Ma potrebbe diventare molto più di ciò che oggi sta vivendo. E ignorarlo è una forma sottile di infelicità.»
Per la prima volta, nessuno dei due interruppe subito l’altro.
Fromm parlò più lentamente:
«Forse la felicità non è raggiungere qualcosa, ma riconoscere ciò che non abbiamo mai davvero perso.»
Maslow annuì appena:
«E forse non basta riconoscersi, se non si ha il coraggio di crescere in ciò che si riconosce.»
Si guardarono. E la distanza tra loro non si chiuse, ma si chiarì.
Fromm concluse:
«Forse siamo infelici quando smettiamo di vivere pienamente la nostra vita.»
Maslow aggiunse solo qualcosa:
«E forse lo siamo anche quando smettiamo di diventare ciò che siamo in grado di essere.»
Per un istante, i due psicologi non si contraddironopiù: si sovrapposero come due modi diversi di nominare la stessa inquietudine.
E mentre il mondo continuava a scorrere, alleggiava nell’aria un ultimo dubbio: forse non siamo infelici perché ci manca qualcosa, ma perché oscilliamo continuamente tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare, senza mai fermarci davvero dentro nessuno dei due.
Perché non siamo felici?
Forse la risposta non sta nel scegliere tra le due ipotesi.
Non siamo infelici solo perché non sappiamo amare, né solo perché non sappiamo chi siamo. L’infelicità nasce più spesso nel punto in cui queste due dimensioni si intrecciano senza incontrarsi davvero: quando cerchiamo nell’amore una definizione di noi stessi, oppure quando proviamo a costruire noi stessi senza saper entrare in relazione con l’altro. Senza amore, rischiamo di rimanere chiusi in un’identità che non esce mai da sé. Senza consapevolezza di sé, rischiamo di trasformare l’amore in dipendenza, bisogno, o conferma.
Questa riflessione serve oggi a qualcosa di molto concreto, più di quanto pensi: a riconoscere i momenti in cui stiamo chiedendo alle relazioni di colmare un vuoto che non abbiamo mai guardato davvero, oppure i momenti in cui stiamo costruendo un’idea di noi stessi così rigida da non lasciare spazio a nessun incontro reale.
Non elimina l’infelicità, ma cambia il modo in cui la viviamo. La rende meno cieca, meno automatica, più osservabile e superabile. E forse è proprio qui il punto: non diventare improvvisamente felici, ma imparare a vedere più chiaramente dove e perché smettiamo di esserlo.
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