Il 6 luglio 1893 moriva Guy de Maupassant. Maupassant scrisse molto sull’amore, sulla passione, sull’ossessione che a volte la accompagna, e una delle sue frasi più dense racchiude un avvertimento che vale ancora oggi la pena ascoltare con attenzione.

Cosa succede a quello che amiamo con violenza?
“Quello che amiamo con violenza finisce sempre con l’ucciderci.”
La parola chiave è “violenza”: non amore in sé, non passione in sé, ma amore vissuto con violenza. Maupassant non sta condannando l’intensità del sentimento. Sta indicando una soglia oltre la quale l’amore smette di nutrire e inizia a consumare.
L’amore che diventa ossessione
Quando l’amore – per una persona, per un’idea, per un progetto creativo, per un’ambizione professionale – supera una certa soglia di intensità, cambia natura in profondità. Non è più nutrimento che arricchisce: diventa dipendenza che impoverisce, per quanto possa sembrare il contrario dall’interno. Non è più desiderio di stare vicino a qualcosa di prezioso e di scegliere quella vicinanza ogni giorno: diventa bisogno disperato che quella cosa esista in un modo specifico e immutabile, sotto pena di un crollo che si sente imminente.
Quell’amore violento toglie equilibrio interiore, giorno dopo giorno. Toglie la capacità di vedere altro che non sia l’oggetto di quella ossessione. Toglie, alla lunga e in modo quasi impercettibile, anche la possibilità di godersi davvero quello che si ama, perché l’ansia costante di perderlo soffoca il piacere semplice di averlo adesso.
Ho riconosciuto questa dinamica in certi periodi della mia vita. C’è stato un tempo in cui amavo – le persone, ii miei progetti – con una intensità che mi consumava: non riuscivo a staccarmene, ogni critica mi feriva in modo sproporzionato, ogni pausa mi sembrava un tradimento. Ho dovuto imparare ad amare vivendo con più leggerezza, ma non con meno passione. La differenza è stata enorme per la mia salute mentale.
Amare senza violenza
L’alternativa che Maupassant suggerisce – implicitamente, attraverso il suo avvertimento piuttosto che attraverso una ricetta esplicita – non è amare di meno o con minore intensità. È amare diversamente: con tutta l’intensità di cui si è capaci ma senza il possesso disperato che cerca di controllare ogni variazione, con passione vera ma senza che quella passione diventi l’unica fonte di senso a cui aggrapparsi per sopravvivere psicologicamente.
Amare senza violenza significa lasciare spazio: spazio per l’imperfezione di quello che si ama, spazio per la propria vita oltre quell’amore, spazio per la possibilità che le cose cambino senza che il cambiamento sia una catastrofe.
Cosa uccide davvero?
“Finisce sempre con l’ucciderci”: questa non è necessariamente una morte fisica, anche se Maupassant conosceva bene anche quel tipo di esito tragico nelle storie che raccontava. È spesso una morte più sottile e più insidiosa: della libertà personale, della gioia spontanea, della capacità di vivere pienamente qualcos’altro oltre a quell’oggetto specifico d’amore.
Chi ama con violenza si restringe progressivamente, anno dopo anno, fino a esistere quasi soltanto in funzione di quello che ama, perdendo per strada gran parte di quello che era prima, e che potrebbe ancora essere.
Il segnale da riconoscere
Se ti accorgi che qualcosa che ami – una persona, un lavoro, un’idea di te stesso che vuoi disperatamente confermare – ti sta togliendo equilibrio invece di darlo, se la tua serenità dipende interamente da quel possesso e oscilla violentemente con esso, vale la pena fermarsi e osservare con onestà cosa sta succedendo. Non per amare di meno o per proteggersi rinunciando alla passione. Per amare in un modo che non ti consumi e che ti lasci ancora intero, anche quando quello che ami cambia o se ne va.
Guy de Maupassant è stato uno scrittore francese del XIX secolo, autore di centinaia di racconti brevi tra i più letti e più ammirati della letteratura europea di sempre, tra cui i romanzi Bel-Ami e Una vita, maestro indiscusso della narrativa breve e dell’osservazione spietata e precisa della natura umana, capace di smascherare l’ipocrisia sociale del suo tempo con pochi tratti essenziali.
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