E se il desiderio fosse il punto in cui due filosofi lontanissimi nel tempo finiscono per contraddirsi e, allo stesso tempo, completarsi?
In una piazza sospesa tra epoche e pensieri, Platone e Schopenhauer si ritrovano a parlare di una delle grandi ossessioni dell’essere umano che ha dato filo da torcere anche a loro.
Per Platone:
“Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell’altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l’un l’altra, se ne morivano di fame e di torpore per non volere fare nulla l’una separatamente dall’altra.”
Invece, per Schopenhauer:
“Tutto il volere nasce dalla mancanza, dalla carenza e quindi dalla sofferenza. L’appagamento pone fine a ciò; eppure, per un desiderio che si realizza, ne restano almeno dieci che sono negati…”
Da questo incontro nasce una domanda che non lascia scampo: il desiderio ti salva o ti consuma? Viene quasi da chiedersi: se li ascoltassi oggi, seduto a un tavolino di un bar qualunque, mentre un caffè si raffredda davanti a te, cosa direbbero del tuo modo di desiderare? E che domande ti porresti?

Cosa succede quando Platone e Schopenhauer provano a definire il desiderio
«Strano luogo questo,» disse Platone. «Sembra fatto apposta far nascere una bella discussione sul desiderio.»
«O per farla diventare impossibile da ignorare,» rispose Schopenhauer.
Platone si sedette.
«Il desiderio ci rende vivi. Senza, saremmo immobili come pietre.»
Schopenhauer lo guardò.
«O finalmente liberi, perché il desiderio nasce da una mancanza. E, sai, caro amico, la mancanza è già sofferenza.»
Poco distante, un uomo guarda un caffè fumante e un cornetto sorridente. Non lo beve, o almeno, non subito. Come se il momento prima del gesto fosse il più importante. Le loro voci arrivano fino a lui, senza che possa davvero ignorarle. Le parole si mescolano al vapore del caffè: Desiderio… mancanza… sofferenza…
Inizia a riflettere su ciò che dicono quegli strani signori: “Perché sto aspettando? Cosa sto aspettando? Il piacere è nel bere questo caffè o nell’idea di berlo? E se anche questo fosse solo un passaggio verso qualcos’altro che non arriva mai?”
Il caffè è ancora lì e, in quel momento, è diventato qualcos’altro: una possibilità sospesa, in bilico tra la gioia e il dolore.
Platone, intanto, lo osserva.
«Vedi quel signore al bare che aspetta di bere il suo caffè? Non tutto il desiderio è dolore: anche l’attesa è vita che si allunga.»
Schopenhauer taglia corto:
«È solo dolore differito, perché quel caffè finirà e con lui il piacere. Resterà lo stesso vuoto di prima.»
Platone si volta.
«Allora dimmi: vivere è desiderare o soffrire?»
Schopenhauer risponde subito:
«Non sono due cose diverse. Sono la stessa cosa vista da due lati.»
Silenzio. Poi Platone riprende:
«Eppure, senza desiderio non esiste neppure la scelta.»
Schopenhauer replica:
«O forse esiste una vita che non ha bisogno di rincorrere niente per sentirsi intera.»
Platone un po’ spazientito, ma al contempo divertito, insiste:
«Il desiderio non è un errore: è la struttura stessa dell’esistere.»
Schopenhauer alza lo sguardo:
«No. È una promessa che non mantiene mai ciò che suggerisce, ma tiene in vita mentre ti svuota.»
Il tempo passa, la persona seduta al bar paga caffè e cornetto. Schopenhauer aggiunge, più lentamente:
«Il problema non è desiderare. È credere che esista un punto in cui smette di farci mancare qualcosa.»
Platone sorride e risponde:
«Forse allora il desiderio non è né nemico né salvezza. È il modo in cui siamo fatti.»
Schopenhauer annuisce appena:
«E il modo in cui restiamo incompleti.»
Platone si alza.
«Allora, vivere significa attraversarlo senza assolutizzarlo.»
Schopenhauer resta fermo.
«E senza aspettarsi che si spenga.»
Poi aggiunge, quasi sottovoce:
«Il desiderio non finisce, cambia solo forma.»
Il desiderio è qualcosa che entra nella vita in modo diretto, come una notifica che controlli spesso o una risposta che non arriva mai quando vorresti. È quella sensazione di avere qualcosa a un passo, quasi raggiunto, ma non ancora tuo. Per questo è difficile da definire. Ti muove mentre aspetti e ti tiene acceso mentre rincorri. E quando arrivi a ciò che volevi, spesso non c’è quiete: solo uno spazio nuovo, un’altra mancanza. E così ricomincia. Sempre.
Ed è proprio qui che Platone e Schopenhauer, pur partendo da idee opposte, finiscono per sfiorarsi.
Uno vede nel desiderio la scintilla che mette in moto la vita. L’altro la prova costante di una mancanza che non si colma mai. Ma forse la verità non sta del tutto in nessuno dei due. Il desiderio non è semplicemente ciò che ti manca: è il modo in cui continui a scoprire, ogni volta, che qualcosa ti mancherà ancora.
E mentre torni alla tua giornata – un messaggio che aspetti, una decisione rimandata – ti accorgi che non è un’idea astratta. È già lì. Nel gesto automatico di controllare il telefono, nel modo in cui resti in attesa. E nel modo in cui riparti, ogni volta, proprio perché qualcosa continua a mancarti.
Platone e Schopenhauer ti aiutano a guardare il desiderio e insieme ti lasciano una consapevolezza: il desiderio non è né qualcosa da inseguire senza pensarci né qualcosa da eliminare, ma qualcosa da riconoscere mentre accade, e questo basta per cambiare il modo in cui vivi le attese di ogni giorno.
Leggi anche: Dialogo tra filosofi: vive meglio chi prende la vita alla leggera o chi si fa domande? Socrate Vs Platone