Hermann Hesse è stato uno scrittore e poeta tedesco-svizzero, Premio Nobel per la Letteratura nel 1946 con la motivazione di aver scritto opere che combinano il coraggio e la profondità con la semplicità umana, autore di Siddharta, Il lupo della steppa, Narciso e Boccadoro, Demian, Rosshalde e di molte altre opere che hanno esplorato il tema del sé, della ricerca interiore, del conflitto tra individuo e società e del destino personale. Tra tutto quello che ha scritto nel corso di una vita lunghissima e produttiva c’è questa frase – breve, quasi lapidaria – che dice qualcosa di difficile e di vero sul rapporto tra quello che si vorrebbe fare nella vita e quello che la vita chiede davvero.

Ognuno di noi ha un compito nella vita
“Ogni uomo ha un suo compito nella vita, e non è mai quello che egli avrebbe voluto scegliersi.”
La frase è costruita su una tensione: il compito esiste, ma non è quello che si sarebbe scelto. Non è una frase nichilista: dice che il compito c’è. Ma dice anche che non si sceglie. Si riceve, si incontra, si trova davanti.
Il compito non scelto
Hermann Hesse stava parlando di qualcosa che si incontra nella vita come vocazione, come direzione che emerge nel corso degli anni, spesso nel modo più inaspettato e nel momento meno pianificato, spesso proprio quando si stava andando in un’altra direzione.
Non il lavoro che si è scelto deliberatamente a vent’anni con un piano in mente. Non la carriera pianificata e costruita passo dopo passo. Non il progetto che si aveva chiaro prima di cominciare. Qualcosa che arriva da un’altra parte, che si presenta come necessità invece che come scelta.
“Non è mai quello che egli avrebbe voluto scegliersi”: quella formulazione è molto precisa. Suggerisce che il compito autentico ha spesso una qualità di sorpresa e anche di sfida, di qualcosa che non si sarebbe preso volontariamente se si fosse potuto scegliere liberamente, ma che si riconosce come proprio in modo molto più profondo di qualsiasi cosa scelta deliberatamente.
Hermann Hesse lo sapeva dall’esperienza molto concreta. Da giovane voleva diventare un meccanico da torri, poi aveva lavorato come commerciante di libri e come artigiano. Diventò il romanziere di lingua tedesca più tradotto al mondo. Non aveva pianificato quel compito specifico. Lo aveva incontrato nel corso della vita.
La differenza tra scelta e compito
La distinzione tra quello che si sceglie consapevolmente e quello che è il proprio compito autentico è una delle più importanti e più ricorrenti che Hesse esplora nei suoi romanzi nel corso di decenni di scrittura. In Siddharta, il protagonista abbandona uno dopo l’altro tutti i percorsi scelti consapevolmente – l’ascetismo, la vita mondana, l’insegnamento spirituale – per trovare il proprio, che non assomiglia a nessuno di quelli che aveva pianificato o desiderato. In Il lupo della steppa, il protagonista deve fare qualcosa di ancora più difficile: accettare di essere esattamente quello che è, con tutta la sua contraddittorietà, invece di quello che avrebbe voluto essere.
Un’accettazione che non è resa
Hermann Hesse non invita alla rassegnazione passiva di fronte a qualcosa che non si è scelto. Non è un invito ad accettare qualsiasi cosa capiti come destino immodificabile. Invita al riconoscimento, qualcosa di molto diverso e molto più attivo della rassegnazione.
Riconoscere il proprio compito non significa rinunciare al desiderio di qualcosa di diverso, non significa che il desiderio sia sbagliato. Significa qualcosa di molto più preciso e molto più utile: vedere con sufficiente chiarezza dove si è davvero chiamati, cosa si è davvero capaci di fare in modo che nessun altro riesce a fare esattamente in quel modo, e non sprecare l’energia disponibile a resistere a quello che già si è, in perpetua attesa di diventare quello che si vorrebbe essere.
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