La frase di Beppe Severgnini sui pensionati che rimpiangono le giornate piene di senso al lavoro: hanno due pensioni

Beppe Severgnini – giornalista, scrittore e columnist del Corriere della Sera da moltissimi decenni – ha il dono molto raro di riuscire a dire le cose difficili e scomode in modo che facciano sorridere e riflettere allo stesso tempo. Non banalizzando la cosa difficile, ma analizzandola da un angolo che la rende visibile in modo nuovo. Questa frase sulle due pensioni è esattamente di quel tipo: una metafora brillante che nasconde dentro di sé un’osservazione molto seria e molto concreta sulla vecchiaia e su come molte persone la vivono, o smettono di viverla.

anziani lottano con la fine delle giornate che avevano un senso

La metafora delle due pensioni

“Molti anziani hanno due pensioni: quella che sostituisce lo stipendio e quella mentale, ovvero quella con cui si ritirano dal mondo.”

La struttura della frase è quella del gioco di parole serio: quello che fa sorridere per un secondo e poi lascia qualcosa di più pesante. “Pensione” in italiano ha due significati distinti: l’assegno previdenziale che si riceve dopo una carriera lavorativa, e il ritiro dalla vita attiva. Severgnini usa entrambi i significati simultaneamente per descrivere due tipi di ritiro molto diversi: quello economico, necessario e spesso atteso con sollievo, e quello mentale, che invece è una scelta, spesso inconsapevole, spesso graduale.

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La pensione economica

La prima pensione è quella che tutti conoscono e che tutti immaginano quando sentono la parola: il momento in cui si smette di lavorare e si comincia a ricevere un assegno mensile che sostituisce lo stipendio. È un cambiamento reale e significativo nella vita: di ritmi, di ruolo sociale, di identità, di modo di occupare il tempo. Per molte persone la fine del lavoro rappresenta anche la fine di una struttura che dava senso alle giornate e che non si ritrova facilmente altrove.

Penso spesso a quanto il lavoro – anche quando è faticoso, anche quando si vorrebbe smettere, anche quando ci si lamenta ogni mattina – tenga agganciati al mondo in modo molto più profondo di quanto si pensi finché lo si ha. Non solo economicamente: struttura il tempo, fornisce relazioni quotidiane, dà un ruolo riconoscibile nella società, impone una presenza regolare nel flusso delle cose. Quando finisce, tutto questo va ricreato deliberatamente. Non tutti lo fanno: e lì inizia la seconda pensione.

La pensione mentale

La seconda pensione è quella che Severgnini chiama “mentale”: il ritiro progressivo dal mondo delle idee, delle curiosità, delle relazioni nuove, dell’aggiornamento costante su quello che cambia. È il momento in cui si smette di chiedersi cosa sta succedendo nel mondo e nella cultura, di interessarsi a cose nuove e sconosciute, di stare in contatto attivo con il presente che avanza senza aspettare. È la pensione più pericolosa delle due perché, a differenza dell’altra, non è obbligatoria e non arriva per decreto legge: è una scelta progressiva, anche se raramente viene vissuta e riconosciuta come tale da chi la fa.

Restare in gioco

La frase di Severgnini non è una critica agli anziani come categoria sociale: è un invito molto preciso e molto pratico a distinguere tra i due tipi di ritiro. Uno è necessario, giusto e spesso ampiamente meritato dopo una vita intera di lavoro. L’altro è un impoverimento progressivo che si può evitare, perché non è obbligatorio, anche se spesso si fa come se lo fosse, come se arrivasse automaticamente insieme all’età.

La curiosità non va in pensione da sola: la si manda in pensione, attivamente, smettendo di alimentarla giorno dopo giorno. E si può scegliere di non farlo, a qualsiasi età.

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