Severgnini: i figli non sono figli nostri, noi siamo solo la porta da cui entrano nel mondo

C’è un’idea sulla genitorialità che mette profondamente a disagio e che allo stesso tempo libera: l’idea che tuo figlio non ti appartenga. Che non sia “tuo” nel senso in cui si usa quella parola di solito: come proprietà, come progetto personale, come estensione della propria identità, come seconda possibilità di vita. Beppe Severgnini ha sintetizzato questo in una frase che ha il sapore di Khalil Gibran – che sullo stesso tema aveva scritto cose bellissime ne Il Profeta – e la concretezza di chi osserva le famiglie italiane da vicino da decenni.

figli non sono figli nostri

Di chi sono i figli?

“Ricordiamoci che i figli non sono figli nostri. Siamo solo la porta per cui entrano nel mondo.”

L’immagine è bella e precisa nella sua semplicità architettonica. La porta è uno strumento di passaggio: non il paesaggio che si guarda, non la destinazione verso cui si va, non il protagonista della storia. Si apre per far passare qualcuno verso qualcosa di più grande, e poi quella persona continua per la sua strada. Il compito della porta è tenersi aperta al momento giusto.

Non “figli nostri”

La prima parte della frase è la più destabilizzante, quella su cui vale la pena fermarsi: “Non sono figli nostri”. Non nel senso di negare la relazione biologica o affettiva, che è reale e profonda. Ma nel senso di negarla come proprietà, come possesso.

Un figlio non è un’estensione di te. Non è la tua seconda possibilità di fare le cose che non hai fatto. Non è il luogo in cui si realizzano i sogni rimasti nel cassetto. È un’altra persona, con il suo percorso assolutamente proprio, che tu hai avuto il privilegio di contribuire a mettere al mondo.

Quella distinzione sembra ovvia quando la si enuncia, e diventa immensamente difficile da applicare nella pratica quotidiana, soprattutto nei momenti in cui il figlio fa scelte che non si sarebbero fatte, o che fanno paura, o che deludono aspettative profonde.

Vale la pena notare che su frasicelebri.it abbiamo già esplorato questo stesso principio con Massimo Recalcati: “il vero amore genitoriale è amore del segreto del figlio, della sua differenza irriducibile”. Severgnini lo dice con un’immagine diversa: la porta, a invece dello specchio, ma la sostanza è identica. Lasciare che il figlio sia se stesso richiede di rinunciare all’idea che sia tuo.

Siamo solo la porta

“Solo” è la parola che fa più resistenza a chi legge questa frase. Perché essere la porta sembra meno di quanto si vorrebbe essere. Non è poco, però. Essere la porta è essenziale, è necessario, è un ruolo che richiede tutto quello che si ha. Ma è un ruolo specifico: di servizio al passaggio, non di controllo del destino.

La porta non decide dove va chi la attraversa. Non stabilisce il ritmo di quel passaggio, non sceglie la direzione verso cui il figlio andrà, non può seguire oltre la soglia nel mondo del figlio senza perdere la propria natura.

Quella limitazione non è una perdita da elaborare, ma è la natura corretta del ruolo, quella che permette di svolgerlo bene. Il genitore che capisce profondamente di essere la porta, e non la destinazione né il protagonista, fa un lavoro migliore per il figlio proprio perché non gli chiede di rimanere. E soffre di meno quando il figlio, inevitabilmente e com’è giusto, se ne va.

L’ingresso nel mondo

“Entrano nel mondo”: non nella tua vita come tappa del tuo percorso, non nel tuo progetto familiare come capitolo della tua storia, non nella continuazione della tua narrativa personale. Nel mondo, quello grande e imprevedibile, quello che esiste del tutto indipendentemente da te e dai tuoi piani. La porta permette quell’ingresso, lo rende possibile, lo facilita. Dopo quel passaggio, il mondo diventa il contesto principale del figlio, non più solo la tua stanza.

Beppe Severgnini è giornalista, scrittore, editorialista del Corriere della Sera, autore di numerosi libri sull’Italia e sugli italiani visti con occhio ironico e affettuoso, una delle voci più lette del giornalismo culturale italiano.

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