Hai mai sentito qualcuno dire “non posso farlo, ho i figli”? O al contrario, qualcuno guardare indietro alla propria vita con la sensazione amara che i figli siano stati il punto in cui qualcosa si è chiuso per sempre, una porta che non si è più riaperta? Khalil Gibran – poeta e filosofo libanese, autore di Il Profeta, uno dei libri più letti al mondo – aveva una visione dei figli e della genitorialità che ancora oggi taglia come un coltello. E questa frase, in particolare, è forse la sua più scomoda di tutte.

I figli: giustificazioni o rimpianti
“Alcuni dei nostri figli sono le nostre giustificazioni, altri sono solo i nostri rimpianti.”
Due parole – giustificazione e rimpianto – che descrivono due modi completamente diversi di vivere il rapporto con i propri figli. E nessuno dei due è positivo nel modo in cui Gibran li usa.
La giustificazione
La giustificazione è quella dinamica in cui il figlio diventa il motivo ufficiale per cui non si fa quello che si vorrebbe fare. Non cambio lavoro, ho i figli. Non parto per quel viaggio, ho i figli. Non perseguo quel sogno, ho i figli.
Non è necessariamente falso: avere figli comporta responsabilità reali che limitano alcune scelte. Ma Gibran punta su qualcosa di diverso: sul caso in cui il figlio non è la vera ragione, ma il pretesto. In cui la vera ragione è la paura, la comodità, la mancanza di coraggio, e i figli vengono convocati come scudo. In quel caso, la vita che non si vive non è sacrificata per loro: è sacrificata per se stessi, e addossata a loro.
Il rimpianto
Il rimpianto è l’altra faccia, altrettanto dolorosa. Qualcuno guarda i propri figli e pensa – consciamente o no – che senza di loro avrebbe potuto fare di più, essere di più, andare più lontano. Non lo dice ad alta voce: spesso non lo ammette nemmeno a se stesso. Ma quella sensazione filtra in mille modi sottili: nell’eccesso di aspettative sui figli, nel bisogno che realizzino quello che il genitore non ha realizzato, nella difficoltà di lasciarli andare.
Anche questo è un peso enorme per chi lo porta — e per chi lo subisce.
Cosa direbbe Gibran
In Il Profeta, Gibran scrive che i figli non sono nostri: siamo frecce lanciate da un arco, e i genitori sono l’arco. Il compito non è trattenere, né rimpiangere. È accompagnare con tutto l’amore possibile una traiettoria che non appartiene a noi.
I figli non sono strumenti per spiegare la nostra vita. Non sono compensazioni per quello che non abbiamo fatto, né riparazioni per quello che non siamo diventati. Sono persone separate, con una storia separata. E la qualità del rapporto con loro dipende molto da quanto riusciamo a vederli così: non come giustificazioni, non come rimpianti, ma come esseri indipendenti che camminano accanto a noi per un tratto, e poi proseguono per la loro strada.
Il peso che portano i figli
C’è una terza conseguenza di questa frase che vale la pena nominare: quello che i figli sentono. Un figlio che percepisce – anche senza che venga detto esplicitamente – di essere una giustificazione, porta sulle spalle la responsabilità di una vita. Sa che la sua esistenza è il motivo ufficiale per cui qualcuno ha rinunciato a qualcosa. Quella consapevolezza pesa in modo enorme sullo sviluppo psicologico.
Un figlio che percepisce di essere un rimpianto porta un peso ancora più difficile: la sensazione di non essere abbastanza, di essere un impedimento invece che un dono. Anche questo, nel tempo, lascia segni profondi.
Gibran invita a qualcosa di radicale: liberare i figli da questi ruoli. Non usarli come scudi, non caricarli delle proprie nostalgie. Vederli per quello che sono, non per quello che ci servono che siano.
Chi era Gibran
Khalil Gibran nacque in Libano nel 1883 e morì a New York nel 1931. Emigrante, pittore, poeta, scrisse in arabo e in inglese e Il Profeta, pubblicato nel 1923, è diventato uno dei libri più letti del Novecento in tutto il mondo. Le sue riflessioni sulla famiglia, sull’amore, sulla libertà hanno quella qualità rara di sembrare semplici e di non finire mai di dispiegare il loro significato a ogni rilettura.
Visse una vita intensa: l’emigrazione negli Stati Uniti da bambino, la perdita precoce della madre e dei fratelli, l’isolamento dell’artista straniero. Scrisse sapendo cosa significa non avere radici solide e forse per questo capiva così bene cosa significa aggrapparsi ai figli nel modo sbagliato.
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