Quante volte hai pensato di cambiare qualcosa – lavoro, relazione, abitudine, città – e poi non l’hai fatto? Non perché non fosse possibile. Non perché non avessi le risorse. Ma perché era più comodo restare dov’eri, con quello che conoscevi, nella vita che sapevi già come funzionava. Paolo Crepet – psichiatra, sociologo, scrittore e voce scomoda del dibattito italiano, autore di decine di libri sull’educazione e la qualità della vita – ha una parola precisa per questa scelta: copia e incolla. E non è un complimento.

1. Il cambiamento come spinta
“I cambiamenti sono necessari perché sono spinte. Includono dei sacrifici, dei rischi… il ‘copia e incolla’ è a basso rischio, ma è anche a bassissimo tasso di erotismo.”
La parola “erotismo” usata da Crepet non è provocazione vuota. È precisa. L’erotismo – nel senso di energia vitale, desiderio, tensione verso qualcosa – è quello che si perde quando si smette di cercare il cambiamento. È il fuoco che si fredda quando si sa già come andrà a finire ogni cosa, ogni giorno, ogni settimana.
Una vita interamente costruita sul copia e incolla può essere confortevole, ordinata, prevedibile. Ma è una vita che ha perso la sua carica. La sua spinta. Il senso dell’imprevisto. Il rischio zero non è sicurezza: è lentezza. È la vita che si raffredda.
2. Restare fermi è già una scelta
“Bloccarsi per paura dei cambiamenti è trascorrere la vita in cantina.”
Breve, tagliente, inappellabile. La cantina non è un posto pericoloso; è un posto buio, riparato, dove si conservano le cose. Ma non ci si vive. Crepet dice: chi non cambia non è semplicemente fermo. È nascosto. Si è tolto dalla circolazione per evitare l’esposizione che ogni cambiamento comporta.
La cantina è la metafora perfetta per una vita gestita dalla paura, non da una scelta autentica.
3. Il cambiamento richiede coraggio, non condizioni ideali
“Il mestiere di vivere richiede che si cambi. Non quando è comodo, ma quando è necessario.”
Questa frase smonta una delle giustificazioni più usate: “cambierò quando le condizioni saranno giuste.” Le condizioni non diventano mai perfette. C’è sempre un motivo per aspettare ancora un po’. Crepet dice il contrario: il momento del cambiamento non si riconosce dalla comodità, si riconosce dalla necessità. Quando qualcosa non funziona più, quello è il segnale. Non domani: adesso.
4. Il rischio peggiore è non rischiare
“Il rischio peggiore è non rischiare mai. Chi non rischia non sbaglia mai, ma non vive mai davvero.”
La quarta e ultima frase chiude il cerchio con una logica perfetta. Evitare il rischio sembra una strategia vincente: niente rischio, niente fallimento. Ma il prezzo di questa strategia è altissimo: è la vita stessa. Chi non rischia non sbaglia mai. Ma non vive mai davvero. Crepet non sta romantizzando il rischio fine a se stesso: sta dicendo che una vita in cui non si mette mai nulla in gioco è una vita che non si è mai davvero investito.
Perché il cambiamento spaventa così tanto
Crepet ha osservato per decenni il modo in cui le persone si relazionano al cambiamento in famiglia, nel lavoro, nelle relazioni, nelle scelte di vita. E la sua conclusione è che quasi sempre la paura del cambiamento non è paura del fallimento esterno, non è paura del giudizio degli altri. È paura di non essere più riconoscibili a se stessi. Di perdere quell’identità stabile che si è costruita nel tempo, anche quando quella identità non fa più stare bene.
Chi cambia diventa temporaneamente sconosciuto a se stesso. E quella sensazione – essere straniero alla propria vita per un periodo – è ciò che più spaventa. Non il rischio esterno, ma il rischio interno: non sapere più chi si è mentre si diventa qualcos’altro.
Crepet dice che questo è esattamente il momento in cui bisogna andare avanti, non indietro. Perché quella sensazione di spaesamento non è un segnale di pericolo: è il segnale inequivocabile che il cambiamento sta davvero avvenendo.
Chi è Paolo Crepet
Paolo Crepet nasce a Venezia nel 1951. Psichiatra clinico, sociologo, scrittore e conferenziere amatissimo e divisivo, è uno dei personaggi più riconoscibili e scomodi del dibattito culturale italiano contemporaneo. Autore di decine di libri – tra cui Il coraggio di educare, Voi, noi e Non siamo capaci di ascoltarli – ha costruito la sua reputazione sulla franchezza: dice quello che molti pensano e pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce. Sul cambiamento, in particolare, non fa sconti a nessuno.
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