In un’epoca in cui si tende a costruire identità sempre più individuali – carriera, autorealizzazione, indipendenza – c’è ancora qualcosa che nessun successo personale riesce a sostituire. Puoi avere tutto quello che hai sempre voluto, puoi essere riconosciuto nel lavoro, puoi avere mille amici sui social, ma se manca quella rete di appartenenza profonda, manca qualcosa di fondamentale. Susanna Tamaro – scrittrice triestina, autrice di Va’ dove ti porta il cuore, uno dei libri più letti al mondo – lo ha detto con una chiarezza rara: è la famiglia. Non quella ideale, non quella senza conflitti. Quella vera, capace di fare spazio.

1. La famiglia che salva
“Una vera famiglia è in grado di salvarci perché permette a ogni persona di trovare un suo spazio di affinità, di realizzare il proprio lato umano e di trovare sostegno nei momenti di fragilità.”
La parola chiave di tutta la frase è “vera”. Susanna Tamaro non sta parlando della famiglia come istituzione astratta o come obbligo sociale. Sta parlando di quella qualità specifica che alcune famiglie riescono ad avere, e che molte invece non hanno: la capacità di fare spazio. Di permettere a ogni membro di essere se stesso, con le proprie affinità, le proprie debolezze, i propri bisogni.
Il “lato umano” che cita non è la parte migliore di noi: è la parte più fragile. Quella che di solito si nasconde nel mondo esterno, nel lavoro, nelle relazioni superficiali. La famiglia salva quando è il posto in cui quella parte può mostrarsi senza rischio.
2. Il legame come radice
“Noi non apparteniamo a noi stessi: siamo parte di qualcosa che ci precede e ci sopravvive. La famiglia è il primo luogo in cui impariamo cosa significa appartenere.”
Questa frase tocca qualcosa di profondo che la cultura contemporanea tende a minimizzare: il fatto che l’identità non nasce dal nulla. Siamo il prodotto di storie, di legami, di persone che ci hanno voluto bene prima ancora che fossimo capaci di ricambiarlo.
Susanna Tamaro non usa questo come argomento per il conservatorismo familiare, non è mai stata una scrittrice di quel tipo. Lo usa per dire qualcosa di più sottile: che capire da dove veniamo è necessario per capire dove stiamo andando. La famiglia è radice, non gabbia. E le radici non impediscono di crescere: rendono possibile la crescita.
3. La famiglia come luogo della verità
“In famiglia si può essere visti per quello che si è davvero. Non per quello che si mostra, non per quello che si ha: per quello che si è.”
Questa è la citazione più difficile, perché presuppone che la famiglia funzioni davvero. Non tutte le famiglie sono capaci di questo sguardo autentico. Ma quando lo sono, dice Susanna Tamaro, offrono qualcosa che nessun altro contesto può dare: la possibilità di essere conosciuti fino in fondo, senza la maschera che si indossa nel mondo.
Essere visti per quello che si è – non per le proprie performance, non per i propri successi, non per l’immagine che si proietta – è una delle esperienze più rare e più preziose che esistano. E quando avviene in famiglia, lascia un segno che dura tutta la vita.
Quando la famiglia non funziona
Vale la pena anche dire il contrario: non tutte le famiglie riescono a fare quello che Susanna Tamaro descrive. Ci sono famiglie che non danno spazio, che non vedono, che non sostengono, anzi, che pesano, che soffocano, che feriscono. Susanna Tamaro lo sa bene: la sua scrittura non idealizza le famiglie reali. Descrive quello a cui le famiglie possono tendere quando funzionano.
E forse è proprio per questo che queste frasi sono utili: non come descrizione del dato, ma come bussola. Come invito a costruire – o a ricostruire – quel tipo di legame. Nella propria famiglia di origine, dove è ancora possibile. Nella famiglia che si sceglie, quella dei partner, degli amici, di chi si decide di tenere vicino.
Susanna Tamaro e il senso dell’appartenenza
Susanna Tamaro nasce a Trieste nel 1957, in una famiglia con cui il rapporto fu spesso difficile. Va’ dove ti porta il cuore – il libro che l’ha resa famosa in tutto il mondo, tradotto in decine di lingue – è scritto sotto forma di lettera di una nonna alla nipote: una trasmissione di memoria, di cura, di quello che rimane quando tutto il resto passa. La sua riflessione sulla famiglia non è idealizzazione: è il frutto di chi sa bene quanto sia difficile costruire quei legami, e quanto valgano quando ci sono.
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