Hai mai sentito quella tensione in una relazione, la sensazione di voler essere vicini a qualcuno, completamente vicini, di voler raggiungere un punto di contatto totale, e di non riuscirci mai del tutto? Di arrivare a un certo punto oltre il quale qualcosa non si riesce a condividere davvero, non perché la relazione sia sbagliata o insufficiente, ma perché c’è qualcosa nell’altro che resta irraggiungibile, e allo stesso tempo qualcosa in te che non riesci a portare completamente là dove è l’altro? Hermann Hesse aveva trovato per questa esperienza l’immagine più precisa che si possa immaginare.

Le nostre anime sono fiori con la propria radice
“Due persone possono andare d’accordissimo, parlare di tutto ed essere vicine. Ma le loro anime sono come fiori, ciascuno ha la sua radice in un determinato posto e nessuno può avvicinarsi troppo all’altro senza abbandonare la sua radice, cosa peraltro impossibile.”
La precisione dell’immagine botanica di Hermann Hesse è straordinaria e difficilmente migliorabile. I fiori esprimono il desiderio di vicinanza attraverso il profumo che si diffonde, si avvicinano con i semi che si disperdono, ma restano dove sono piantati, ancorati alla loro radice. Non per scelta consapevole: per costituzione profonda. Spostarsi dalla propria radice significherebbe non esistere più.
L’accordo non è unione
Hermann Hesse separa con grande precisione due cose che spesso si confondono e si sovrappongono in modo problematico: la vicinanza relazionale concreta – il parlare, il condividere, il sostenersi – e l’unione profonda nel senso di una fusione completa.
Due persone possono parlare di tutto senza riserve, capirsi in modo sorprendente, sostenersi nei momenti difficili, amarsi intensamente, e restare comunque irriducibilmente separate nelle loro radici più profonde. Quella separazione non è il segnale di un fallimento della relazione: è la condizione normale e necessaria di due individui distinti che si incontrano rimanendo se stessi.
Penso a quante relazioni vengono vissute con un senso di incompletezza, come se ci fosse sempre qualcosa che manca, sempre un pezzo che non si riesce a raggiungere dell’altro. Hermann Hesse dice che non è che manca qualcosa: è che quella profondità ultima non è raggiungibile, per nessuna coppia. Non è un difetto della relazione specifica. È la struttura delle relazioni.
Il profumo e i semi
La seconda parte della metafora di Herman Hesse è altrettanto precisa e altrettanto bella: “I fiori effondono il loro profumo e spargono il loro seme perché vorrebbero avvicinarsi, ma il fiore non può fare niente perché il seme giunga nel posto giusto; tocca al vento che va e viene come vuole.”
Il desiderio di unione è reale e autentico: il profumo che si sparge, i semi che si disperdono. Non è assenza di volontà: c’è volontà, c’è sforzo, c’è il gesto verso l’altro. Ma l’arrivo – il fatto che il seme tocchi il terreno giusto, che la connessione attecchisca – dipende dal vento, non dal fiore.
C’è qualcosa in ogni relazione profonda che non si controlla, che dipende da forze esterne, da coincidenze di tempo e di luogo, da momenti in cui le persone erano pronte l’una per l’altra. E quella parte – il vento – è completamente fuori dalla portata di chiunque, per quanto si ami intensamente.
La bellezza dell’impossibile
Hermann Hesse non sta dicendo che la relazione non valga o che sia inutile cercare la vicinanza. Sta dicendo qualcosa di molto più sofisticato e più onesto: che la bellezza autentica della relazione è precisamente nella tensione tra il desiderio profondo di avvicinarsi e l’impossibilità strutturale di fondersi completamente.
Quella tensione non è un problema da risolvere con la tecnica giusta o con più impegno, ma è la forma naturale che prende il desiderio tra due individui che restano, irriducibilmente e meravigliosamente, se stessi.
Hermann Hesse è stato uno scrittore tedesco-svizzero, Premio Nobel per la Letteratura nel 1946, autore di Siddharta, Il lupo della steppa, Narciso e Boccadoro e di molti altri romanzi e racconti che esplorano il tema dell’individualità, dell’identità e della ricerca di sé, qualcuno che nella sua vita ha conosciuto molto direttamente sia la vicinanza estrema sia la solitudine profonda.
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