Siamo più connessi che mai: più profili social, più messaggi, più contatti, più accesso alle vite degli altri di qualsiasi generazione precedente. E più soli che mai. Il paradosso è talmente citato da essere diventato quasi un luogo comune, e tuttavia continua a essere vero ogni volta che ci si ferma a guardarlo, invece di scorrere oltre. Leo Buscaglia aveva detto qualcosa decenni fa che anticipa con una precisione quasi profetica il paradosso in cui ci troviamo adesso.

Le cose che abbiamo dimenticato di fare e che ci fanno sentire soli
“Abbiamo dimenticato cosa sia guardarsi l’un l’altro, toccarsi, avere una vera vita di relazione, curarsi l’uno dell’altro. Non sorprende se stiamo morendo tutti di solitudine.”
Il verbo che Leo Buscaglia sceglie – “dimenticato” – è molto più preciso e più inquietante di “perso”. Non è che non si abbia mai avuto quella capacità di relazione piena: si aveva.
Guardarsi davvero, toccarsi, avere una vita di relazione autentica, curarsi l’uno dell’altro: erano comportamenti normali, praticati quotidianamente, naturali come respirare. Non è che qualcuno li abbia tolti di forza; è che si sono erosi lentamente, un’abitudine alla volta. E Buscaglia dice che la conseguenza diretta e prevedibile di quell’erosione progressiva è la morte per solitudine, non nel senso metaforico, ma in quello reale.
Guardarsi
La prima cosa che si dimentica è lo sguardo. Non quello fugace e distratto, ma il contatto visivo prolungato che dice qualcosa di preciso: “ti vedo davvero, sono qui completamente mentre parli, non sto guardando altrove”.
In un’epoca in cui si guarda quasi sempre uno schermo anche quando si è fisicamente nello stesso posto con qualcuno – a tavola, in salotto, in ascensore – quello sguardo pieno è diventato raro. E la sua rarità si sente in modo molto concreto, anche da chi non riesce a nominare esattamente cosa manca.
Toccarsi
Il tatto è il senso più antico evolutivamente e forse il più necessario per il benessere fondamentale, quello che gli esseri umani cercano dal primo momento in cui nascono e che non smette mai di essere necessario, anche se da adulti si impara a fingere di non averne bisogno.
La carenza di contatto fisico produce effetti ben documentati e molto concreti sulla salute psicologica e su quella fisica. Non si tratta di grandi gesti drammatici: basta una mano sulla spalla che dura un secondo più del solito, un abbraccio che non sia solo di saluto formale, un contatto qualsiasi che dica senza parole “sei qui, io sono qui, ti riconosco”.
“Non sorprende”
Il finale di Buscaglia è quasi cinico nella sua logica stringente: “non sorprende”. Come se la solitudine dilagante non fosse un fenomeno misterioso da studiare, ma la naturale e prevedibile conseguenza di scelte culturali molto precise che si sono fatte nel corso di decenni. Non una malattia nuova e incomprensibile, ma il risultato logico di aver sistematicamente smesso di fare le cose essenziali.
Quella diagnosi non consola nel breve termine. Ma dice qualcosa di importante e di utile nel medio: se la solitudine è il risultato di comportamenti dimenticati, quei comportamenti si possono ricordare. Non tutti insieme, non in modo rivoluzionario, ma uno alla volta. Uno sguardo in più. Un tocco che non sia d’emergenza. Una conversazione in cui si chiede davvero come va, aspettando davvero la risposta.
Leo Buscaglia è stato un professore universitario americano di origine italiana, autore di Vivere, amare, capirsi e di numerosi altri libri sulla connessione umana e sulla vita emotiva. Negli anni Settanta e Ottanta teneva conferenze sull’amore, sui sentimenti e sull’importanza della relazione autentica in università californiane con aule sempre gremite e code fuori dalla porta.