Il 21 luglio 1969 – cinquantasei anni fa – tre uomini cambiarono per sempre il modo in cui l’umanità si vede nel cosmo. Neil Armstrong fu il primo a mettere piede sulla Luna, alle 02:56 UTC; Buzz Aldrin lo seguì pochi minuti dopo. Michael Collins rimase in orbita lunare ad aspettarli. Quello che quei tre uomini vissero in quelle ore è diventato parte della storia umana, ma le parole per raccontarlo restano, in qualche modo, sempre insufficienti.

Lo sbarco sulla Luna è tra le cose che non possono essere descritte
“Ci sono cose che semplicemente non possono essere descritte e lo sbarco sulla Luna è una di queste.”
Buzz Aldrin – pilota militare, dottore in astronautica al MIT, astronauta della NASA, secondo essere umano a camminare sulla Luna dopo Neil Armstrong – ammette qualcosa che richiede una certa onestà intellettuale e una certa umiltà davanti all’esperienza: che ci sono cose che superano il linguaggio. L’esperienza dello sbarco sulla Luna non può essere descritta. Non per incapacità di chi parla: per la natura dell’esperienza stessa, che è più grande di qualsiasi parola disponibile.
Neil Armstrong: un piccolo passo
Neil Armstrong scelse le parole con la stessa precisione tecnica e umana con cui aveva scelto ogni manovra di avvicinamento durante la missione:
“È un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità.”
La frase fu pronunciata dal suolo lunare, con la Terra visibile nel cielo buio di fronte a lui: un puntino blu a quattrocentomila chilometri di distanza. Nella sua struttura compatta c’è tutto il paradosso della missione: qualcosa di enormemente fisico e concreto – posare un piede su un suolo mai toccato, fare qualche passo – che porta un peso simbolico impossibile da misurare con qualsiasi strumento.
Ho sempre trovato commovente che Armstrong avesse preparato quella frase in anticipo, come se sapesse che il momento richiedeva parole all’altezza. C’è qualcosa di molto umano in quel gesto: scegliere le parole giuste per un’esperienza che le supererà comunque.
Buzz Aldrin: desolazione magnifica
Le prime parole di Buzz Aldrin nel momento in cui posò piede sulla Luna furono diverse da quelle di Armstrong: più immediate, meno costruite, come un’impressione che arriva prima del pensiero:
“Magnificente desolazione.”
Due parole che dicono cose opposte e perfettamente complementari allo stesso tempo. La Luna è desolata: senza aria, senza suono, senza vita nel senso biologico del termine. E allo stesso tempo è magnifica in una maniera che chi non ci è stato può solo immaginare. Quella contraddizione cattura qualcosa di profondamente vero sull’esperienza umana delle cose più grandi.
Michael Collins: il solitario in orbita
Collins rimase solo nella capsula Columbia mentre Armstrong e Aldrin erano sulla superficie lunare. Non mise piede sulla Luna, eppure la sua missione era altrettanto fondamentale: mantenere la capsula in orbita, essere il punto di connessione e di ritorno per i suoi compagni.
Non mise piede sulla Luna e doveva saperlo già da tempo prima di partire. Eppure, scrisse di quella parte della missione con una lucidità e una pace particolari:
“Mi rendo conto che in questo momento sono la persona più solitaria dell’universo intero.”
Dietro la Luna, fuori dalla portata di qualsiasi comunicazione radio con la Terra o con i compagni, Collins era più isolato di qualsiasi essere umano nella storia dell’umanità. Quella solitudine assoluta, accettata con serenità, ha qualcosa di profondamente contemplativo.
Cosa resta di quella notte
Il 21 luglio 1969 è rimasto nella memoria collettiva non solo come traguardo tecnico straordinario, ma come momento in cui l’umanità ha guardato fuori da sé con uno sforzo collettivo di immaginazione e di volontà che ancora impressiona e commuove a distanza di più di mezzo secolo.
Centinaia di migliaia di persone lavorarono per anni per rendere possibile quella notte. Armstrong, Aldrin e Collins ne furono i protagonisti visibili, ma portavano il lavoro di moltissimi altri sulle spalle.
Buzz Aldrin ha ragione: ci sono cose che non si possono descrivere con le parole. Ma si possono ricordare. E si possono portare avanti come promemoria di quello che l’umanità è capace di fare quando decide davvero di farlo.