Il mito de “la vita inizia a 40 anni” smontato da Helen Rowland: vista debole e la stessa storia ripetuta più volte

Quante volte ti sei sentita dire – o ti sei detta da sola, per farti coraggio – che “la vita comincia davvero a quarant’anni”? È una frase che scalda, quasi un abbraccio verbale per chi vede avvicinarsi quella soglia con un misto di curiosità e apprensione. Ma c’è chi, con la stessa dolcezza e un pizzico di malizia in più, ha deciso di raccontare tutta la verità, non solo la parte bella.

vita inizia a 40 anni

C’è una parte della promessa che nessuno ti dice

Nel 1932 lo scrittore Walter Pitkin pubblicò un libro dal titolo rassicurante: Life Begins at Forty (La vita comincia a quarant’anni). Divenne un piccolo manifesto motivazionale dell’epoca. Ma Helen Rowland, giornalista e umorista americana capace di guardare la vita con un’ironia mai crudele, non ci stava a lasciare la faccenda così semplice, e rispose con una delle frasi più taglienti e insieme più affettuose mai scritte sull’invecchiare:

“La vita inizia a quarant’anni, ma anche il cedimento dell’arco plantare, i reumatismi, la vista difettosa e la tendenza a raccontare una storia alla stessa persona, tre o quattro volte.”

Rowland non sta negando che la vita, a quarant’anni, migliori davvero, sarebbe una lettura troppo semplice della sua ironia. Sta restituendo un ritratto più onesto, più vicino a come ci si sente per davvero: il corpo che inizia a farsi sentire, il mondo osservato attraverso lenti sempre diverse, in senso letterale.

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C’è un dettaglio, alla fine della lista, che ti riguarda più di quanto pensi

E poi c’è quel dettaglio finale, probabilmente il più riconoscibile per chiunque abbia superato una certa età: raccontare la stessa storia alla stessa persona più volte, convinti ogni volta che non l’abbia mai sentita. È un piccolo lasciapassare che Rowland concede, con affetto, verso una versione più indulgente di noi stessi: va bene così, fa parte del pacchetto, e non c’è niente da vergognarsi.

Ma qualcosa, in tutto questo, Rowland non lo prende in giro

Nonostante il tono pungente, c’è qualcosa di genuinamente vero che Rowland non smentisce mai: a quarant’anni si tende ad avere molta più chiarezza su chi si è e su cosa si desidera, una lucidità che a vent’anni semplicemente non c’era ancora. Si dipende meno dall’opinione degli altri, e questo cambia davvero la qualità delle giornate. Le relazioni diventano più scelte, meno subite per abitudine.

Non sono dettagli marginali da liquidare con un “però” frettoloso: sono cambiamenti profondi. E arrivano, inseparabilmente, insieme al cedimento dell’arco plantare e alle storie raccontate tre volte alla stessa persona.

Cosa resta da capire, alla fine, di questa frase

Rowland non stava deridendo l’invecchiare. Lo guardava con la tenerezza di chi sa che il corpo cambia, e va bene comunque. L’elenco non è un atto d’accusa: è un abbraccio onesto, detto con la leggerezza di chi sa che la vita, nonostante tutto – anzi, forse proprio per tutto quello che porta con sé – continua a essere buona.

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