Hai mai pensato che, dietro la tristezza, possa esserci qualcosa che chiede semplicemente di essere ascoltato? Raffaele Morelli parla della tristezza in un modo che può far riflettere, soprattutto quando quel sentimento finisce per prendere troppo spazio nella vita. Perdere qualcuno può far male, e nessuno può evitarlo. Ma c’è una differenza tra vivere un momento difficile e lasciarsi andare alla convinzione che sarà sempre così perché anche quando tutto sembra andare storto la vita è ancora qui.

Perché la tristezza è un peccato?
“C’è un ottavo peccato capitale: è la tristezza.”
Raffaele Morelli ti ha spiazzato vero? La tristezza è una delle emozioni più umane che esistano. Prima o poi arriva nella vita di tutti: quando finisce un amore o quando un sogno non si realizza. Nessuno può evitarla e, da una parte, forse non dovrebbe nemmeno farlo.
Allora non si deve evitare la tristezza come la peste, ma, molto semplicemente, si dovrebbe imparare a confrontarsi con essa. Mi viene in mente un modo “simpatico” per dirlo: la tristezza può bussare alla porta, ma non dovrebbe ricevere le chiavi di casa. Quando diventa un’abitudine, quando porta una persona a non aspettarsi più nulla, a non desiderare, a non emozionarsi davanti alle piccole cose, allora può trasformarsi in una gabbia invisibile.
Il vero “peccato” potrebbe essere smettere di credere nella possibilità di stare meglio oppure, forse peggio, guardare il futuro con gli occhi del passato e pensare che, siccome ieri ha fatto male, anche domani farà lo stesso.
La vita non ti vuole vedere triste
E se la tristezza fosse un segnale?
“Un tempo Gregorio Magno, un grandissimo papa, istituì l’ottavo peccato capitale, perché diceva che Dio non ci ha creati per essere tristi: se siamo tristi è perché siamo fuori dal contesto divino, dal sacro.”
Nessuno sceglie di essere triste. A volte una persona si sente giù non soltanto perché è successo qualcosa di doloroso, ma perché ha perso il contatto con ciò che le faceva sentire che la sua vita aveva un significato. In questo senso, il “sacro” non deve necessariamente essere visto come qualcosa di lontano o irraggiungibile: può essere quella parte intima dell’esistenza in cui una persona si sente autentica, libera di essere ciò che è, capace ancora di desiderare e di meravigliarsi. Quando si allontana da quella dimensione, può avvertire un vuoto che nessuna distrazione riesce davvero a riempire.
Quindi, pensandoci bene, la tristezza non arriva sempre per dire che qualcosa è finito, ma anche per segnalare che qualcosa è stato trascurato, e ascoltarla – invece di scacciarla subito – può diventare un’occasione per capire dove si è smesso di essere davvero presenti nella propria vita.
Ci sarà sempre un modo per fiorire
La vita non promette di risparmiare nessuno dal dolore. Caro lettore, è arrivato il momento di prendere atto di questa verità: ci saranno lutti, disagi, sogni che non si realizzeranno e persone che, contro ogni desiderio, prenderanno un’altra strada; e ci saranno anche giorni in cui tutto sembrerà andare nella direzione sbagliata, e nessuno potrà evitarlo, né io che ti sto scrivendo e neppure tu che mi stai leggendo.
Però queste parole di Raffaele Morelli, che sto per condividere, sembrano raccogliere il senso dell’intero viaggio:
“Nella vita capiteranno tante fragilità, tante insicurezze, tanti abbandoni, tante cose storte, tante cose che non volevamo accadessero: disagi, lutti, abbandoni, ma c’è in noi qualcosa che fiorisce incessantemente.”
Quel “qualcosa” è forse la parte più preziosa dell’essere umano, perché è ciò che rimane quando tante certezze crollano. Non hai ancora capito? Sto parlando della capacità di ricominciare, di emozionarsi ancora, di desiderare qualcosa dopo aver pensato di non desiderare più nulla. Questa è la speranza più autentica, di una vita che, nonostante il dolore, continua a generare vita.
Prima di salutarti, voglio lasciarti un ultimo messaggi: la tristezza non va combattuta con la forza, né nascosta dietro sorrisi di circostanza, ma va vissuta e affrontata, sapendo che non è tutto ciò che esiste. Possono esserci giorni bui, è vero, ma finché dentro una persona esiste qualcosa che continua a fiorire, c’è ancora una ragione per guardare avanti e quella piccola fioritura, spesso invisibile agli occhi, è la vita che le sta dicendo: non è ancora finita.
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