Van Gogh: siamo attaccati alla vita perché anche nell’anima che trema di tristezza c’è un’allodola che canta la gioia

Il 29 luglio 1890 è morto Vincent van Gogh. pittore olandese, autore di I girasoli, Notte stellata, La camera da letto, Campo di grano con corvi e di centinaia di altri dipinti e disegni che hanno rivoluzionato in modo permanente la storia dell’arte, aprendo la strada all’Espressionismo e all’arte moderna.

Van Gogh ha vissuto con una sofferenza psicologica immensa e documentata senza smettere di dipingere con un’intensità e una velocità straordinarie, di guardare il mondo con occhi che vedevano il colore in modo diverso dagli altri, e di scrivere lettere – soprattutto al fratello Theo, con cui ha corrisposto per tutta la vita – che sono tra i documenti più belli, più onesti e più commoventi sull’esperienza di un artista in lotta con la propria visione e con il proprio dolore. Tra quello che ha scritto c’è questa frase, che ha qualcosa di miracoloso nel suo equilibrio tra tristezza e gioia.

attaccati alla vita

Siamo tutti attaccati alla vita, anche se l’anima trema

“Siamo tanto attaccati a questa vecchia vita perché accanto ai momenti di tristezza, abbiamo anche momenti di gioia in cui anima e cuore esultano, come l’allodola che non può fare a meno di cantare al mattino, anche se l’anima talvolta trema in noi, piena di timori.”

La frase è quasi una scoperta, non come consolazione esterna, ma come osservazione dall’interno di una vita che conosce la tristezza in modo molto diretto e trova nell’immagine dell’allodola la descrizione più precisa di quello che permette di andare avanti.

L’attaccamento alla vita

Van Gogh non stava scrivendo dalla posizione confortevole di chi è sereno e può guardare la tristezza da lontano. Stava scrivendo da dentro la sua difficoltà, quella difficoltà psicologica enorme, documentata e non romanticizzatile che lo ha accompagnato per quasi tutta la vita adulta e che alla fine lo ha sopraffatto in modo definitivo.

Conosceva il tremore dell’anima di cui scriveva meglio di chiunque altro. Ma quella difficoltà coesisteva con qualcosa: con i momenti in cui l’anima e il cuore esultano, in cui il colore del mondo diventa quasi insopportabilmente bello, in cui la luce su un campo di grano o una notte stellata richiedono di essere dipinte subito. Quella coesistenza è esattamente quello che descrive: non la felicità che arriva quando la tristezza se ne va, ma la gioia che esiste accanto alla tristezza, nello stesso spazio, nello stesso momento.

Ho pensato molte volte a questa frase nei periodi in cui la stanchezza sembrava coprire tutto. Non per convincermi che stava andando bene, ma perché l’immagine dell’allodola che canta anche quando l’anima trema è la descrizione più precisa di come funziona davvero la resilienza. Non assenza di tremore. Canto, nonostante il tremore. È quello che ha fatto mia madre per tutta la vita, ecco perché al suo canto ho dedicato il mio libro E mia cantava. È lei che mi ha insegnato a “cantare”, così come ha fatto l’arte con Van Gogh.

L’allodola che non può fare a meno di cantare

“Non può fare a meno di cantare”: quella impossibilità è importante. Non è una scelta eroica. Non è uno sforzo di volontà. È la natura dell’allodola: canta perché non sa fare altrimenti. E Van Gogh dice che c’è qualcosa di simile in noi, qualcosa che tende verso la gioia, verso il colore, verso il canto, anche quando tutto il contorno è difficile.

Nei suoi dipinti questo si vede con chiarezza: i colori intensi che vanno oltre la realtà fotografia, i cieli turbinosi che sembrano vivi, i girasoli brucianti di luce, i campi che pulsano. Van Gogh guardava un mondo che lo faceva soffrire enormemente, e vedeva comunque tutto quel colore, tutta quella bellezza, tutta quella luce. L’allodola cantava anche quando l’anima tremava.

Cosa ci tiene attaccati alla vita

La frase risponde a una domanda che Van Gogh probabilmente si stava ponendo anche su se stesso, da dentro una vita che conobbe periodi di sofferenza molto intensa: cosa ci tiene attaccati, anche quando ci sarebbe ogni ragione per mollare? Non la felicità continua e garantita, quella non esiste per nessuno. Ma quei momenti specifici in cui qualcosa esulta improvvisamente, qualcosa canta senza potersi trattenere, qualcosa non riesce a non essere felice anche in mezzo al tremore dell’anima. Quei momenti bastano. Tengono in vita.

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