Quante volte hai letto online una frase di Franz Kafka sul padre, ti ha colpito, e ti sei fermato lì? Il problema è che quella riga isolata racconta solo una parte minima di una storia molto più dura e complicata. Kafka non scriveva per accusare: scriveva per capire finalmente da dove nasceva la sua paura. Ed è in quel tentativo che si nasconde qualcosa di utile anche per te.

La riga che online non si legge mai per intero
“L’atteggiamento avvilito di un uomo è, spesso, solo lo smarrimento pietrificato di un bambino.”
Questa è la frase che circola di più online, ma che ci serve comunque a introdurci nel discorso. La frase che più ci interessa la vedremo tra poco. Kafka non scrive questa frase per commuovere: la scrive con la precisione quasi clinica di chi sta cercando di spiegarsi come un’infanzia vissuta nella paura si trasformi, da adulti, in un’insicurezza che non passa mai. Non è uno sfogo. È una diagnosi.
Una settimana a Schelesen che cambiò tutto
Nel 1917 a Kafka viene diagnosticata la tubercolosi. Per curarsi si trasferisce più volte nella cittadina di Schelesen, vicino Praga. Lì, in un sanatorio, incontra Julie Wohryzek, figlia di un calzolaio e custode di sinagoga. Si fidanzano nell’estate del 1919, ma Hermann Kafka, il padre, si oppone con durezza: la considera di condizione sociale troppo bassa per il figlio.
Nel novembre dello stesso anno, tornato a Schelesen proprio a causa di quella rottura imposta dal padre, Franz scrive la lettera nel giro di pochi giorni, tra il 2 e il 9 novembre, nella pensione Stüdl. Non è un progetto letterario: è la reazione, elaborata e lucida, all’ennesimo scontro con un uomo che descrive come fisicamente imponente, dominante in tutto – salute, voce, autorità – e che lui, gracile e malato, non era mai riuscito a eguagliare.
Consegna il manoscritto alla madre, sperando che lo faccia avere al padre. Lei decide di non farlo, e lo restituisce al figlio. Hermann non la leggerà mai. Il testo resterà inedito fino al 1952, quando l’amico Max Brod – lo stesso che salvò dal rogo gran parte dell’opera di Kafka – lo pubblica postumo.
Il momento in cui Kafka smette di accusare e comincia a capire
Poche righe dopo l’inizio, arriva la frase che apre davvero il testo:
“Caro papà, recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché per spiegare questa paura mi occorrerebbero troppi particolari, che non riuscirei mai a raccogliere abbastanza bene parlando.”
Non è l’inizio di una condanna. È l’inizio di un tentativo – lungo più di cento pagine – di dire finalmente, per iscritto, quello che a voce non era mai riuscito a dire.
Non è la storia di un mostro e di una vittima
Quello che rende la Lettera al padre molto più complessa di una singola citazione è che Kafka non si limita ad accusare. In diverse pagine riconosce che anche Hermann era stato un bambino cresciuto senza affetto, in condizioni durissime, e che il suo autoritarismo veniva da lì, non dal nulla.
Kafka non assolve il padre, ma nemmeno lo riduce a un tiranno senza spiegazione. Racconta un meccanismo che si tramanda: la paura di un padre che diventa insicurezza di un figlio, che a sua volta rischia di trasformarsi in qualcos’altro, se nessuno se ne accorge in tempo.
Quattro modi per guardare al tuo rapporto con un genitore difficile senza semplificarlo
Non serve arrivare a scrivere cento pagine come Kafka per applicare la stessa lucidità al proprio passato. Bastano alcune domande oneste, poste con calma, per iniziare a vedere le cose con più chiarezza invece che con più rabbia o più senso di colpa. Ecco da dove puoi partire:
- Chiediti cosa provavi davvero da bambino in quella relazione, non cosa “avresti dovuto” provare.
- Cerca di capire da dove veniva il comportamento del genitore, senza che questo significhi giustificarlo.
- Distingui tra il fatto accaduto e l’interpretazione che ne hai fatto per anni.
- Scrivi, anche solo per te, quello che non sei mai riuscito a dire a voce: non serve spedirlo, serve nominarlo.
Kafka non consegnò mai quella lettera, e forse non ne aveva davvero bisogno: scriverla era già stato, per lui, un modo per guardare in faccia qualcosa che aveva evitato per una vita intera.
Leggi anche: Un figlio può prendere dal padre il naso e gli occhi, ma l’anima è sua, è sempre nuova