Ti sei mai chiesto se il rapporto che hai con tuo figlio oggi resisterà davvero nel tempo, o se si sta costruendo su basi che rischiano di sgretolarsi proprio quando servirebbe più solidità? Umberto Galimberti – filosofo, psicoanalista, professore universitario – non è tra quelli che rassicurano i genitori con parole gentili e formule consolatorie. È piuttosto il tipo che mette a disagio con domande dirette, ed è proprio quel disagio, quasi sempre, a rivelarsi la cosa più utile e più onesta per chi vuole davvero migliorare il proprio rapporto con i figli, non solo sentirsi dire che va tutto bene.

1. Costruisci il rapporto prima dei dodici anni
“La parola del genitore è efficace fino ai dieci, undici, dodici anni.”
Questo è il primo compito da portare avanti attivamente, non da rimandare: investire tempo e presenza reale nella relazione con un figlio proprio nei suoi primi anni di vita, prima che l’adolescenza sposti il baricentro dell’influenza verso i coetanei, la prima relazione sentimentale, il gruppo di amici. Dopo quella soglia, il peso dell’autorità genitoriale diminuisce sensibilmente.
Galimberti lo dice con una chiarezza che non lascia spazio a facili autoassoluzioni: se non si è costruito un rapporto di fiducia autentico prima dell’adolescenza, recuperarlo dopo diventa molto più complicato. Il momento giusto per agire, qualunque sia oggi l’età di tuo figlio, resta sempre adesso.
2. Fai domande sulla psiche, non solo sul corpo
“I padri tendono a non parlare perché si annoiano. Le madri parlano, ma quasi sempre a livello fisico e pratico: metti il maglione, hai mangiato. Non fanno mai le domande che riguardano la psiche, per esempio: sei felice?”
Questa è un’azione concreta da introdurre nella quotidianità: chiedere esplicitamente come sta un figlio, non solo cosa ha fatto. Quella domanda – semplice, diretta, eppure sistematicamente evitata da molti genitori – è forse la più importante di tutte quelle che si possano rivolgere. Non basta chiedere del voto dell’ultimo compito o se ha indossato il maglione: bisogna fare lo sforzo attivo di chiedere come sta davvero, nel profondo, e poi restare in ascolto della risposta.
3. Sii autorevole, non amico
“Diventare amici dei propri figli è un errore gravissimo.”
Qui l’indicazione è precisa: mantenere attivamente un ruolo autorevole, resistendo alla tentazione di appianare ogni asimmetria per essere più piacevoli agli occhi del figlio. Bisogna saper dire no con fermezza, porre limiti chiari, rappresentare un punto di riferimento stabile, anche a costo di non piacere sempre. La relazione tra genitore e figlio non è simmetrica, e va mantenuta tale: trattare un figlio come un pari significa lasciarlo senza contenimento, solo davanti ai propri impulsi.
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Non parlare mai male degli insegnanti
“I genitori che parlano male delle maestre davanti ai figli causano un danno psicologico enorme.”
Questa è un’astensione attiva, un comportamento da evitare consapevolmente anche quando la tentazione è forte: criticare la figura dell’insegnante davanti al bambino. Un figlio ama contemporaneamente il genitore e l’insegnante. Se in casa sente delegittimare la figura scolastica, si trova in una posizione impossibile: a chi dare ragione? Il risultato, secondo Galimberti, è che finisce per non darla a nessuno dei due, perdendo così un punto di riferimento educativo fondamentale per la propria crescita.
5. Non regalare cose al posto delle parole
“I giocattoli di solito stanno al posto delle parole mancate.”
L’azione da compiere qui è sostituire, in modo consapevole, il gesto dell’acquisto con il gesto della presenza. Ogni regalo che arriva senza un’occasione specifica porta con sé un messaggio implicito, anche se non dichiarato: non so come parlarti, non ho tempo per stare con te, colmo questo vuoto con un oggetto. I figli percepiscono questa dinamica, non perché siano ingrati, ma perché sanno distinguere perfettamente la presenza autentica da quella acquistata. Il compito, dunque, è scegliere di dare tempo prima ancora che oggetti.
6. Mostragli il desiderio di vivere
“Il compito fondamentale del genitore è trasmettere al figlio il desiderio di vivere la propria vita.”
L’ultima azione indicata da Galimberti riguarda l’esempio diretto: vivere in prima persona con presenza e passione, non limitarsi a proteggere o garantire sicurezza. Non il successo scolastico, non la stabilità economica, non la protezione assoluta da ogni difficoltà. Il compito è trasmettere quella spinta interiore che fa alzare al mattino con qualcosa da fare, da cercare, da costruire. Un figlio che osserva un genitore vivere così impara, senza che nessuno debba spiegarglielo esplicitamente, che vale la pena vivere allo stesso modo.
Qualche consiglio per mettere in pratica queste sei azioni
- Ritaglia ogni giorno un momento senza distrazioni dedicato solo all’ascolto, non alla logistica quotidiana. Anche pochi minuti, ma senza telefono e senza altre attività in corso.
- Prova a sostituire, almeno una volta al giorno, una domanda pratica con una domanda emotiva. “Come ti sei sentito oggi?” invece di “hai fatto i compiti?”.
- Quando ti trovi in disaccordo con un insegnante, discutine con il figlio in modo costruttivo, non demolendo la figura scolastica davanti a lui.
- Prima di comprare un regalo “fuori occasione”, chiediti se in realtà stai cercando di compensare del tempo che non gli hai dedicato.
- Osserva quanto spazio dai, nella tua vita quotidiana, a ciò che ti appassiona davvero. È spesso da lì, più che dalle parole, che un figlio impara cosa significhi desiderare qualcosa.