Guardiamo i figli cercando noi stessi: il nostro naso, il nostro modo di ridere, la nostra gestualità, il nostro temperamento, le nostre passioni. E spesso li troviamo, con quella sensazione strana e bellissima di riconoscersi in qualcuno che non siamo noi. Ma c’è qualcosa che non si trasmette, che non si eredita, che non appartiene alla genealogia e che sfugge a qualsiasi schema ereditario: l’anima. Hermann Hesse lo aveva visto con una precisione che pochi altri hanno raggiunto.

Ognuno di noi ha la sua anima, anche i figli
“Un figlio può prendere dal padre il naso e gli occhi e persino l’intelligenza, ma non l’anima. L’anima è nuova, in ogni uomo.”
La progressione nella frase di Hermann Hesse è deliberata e costruita con cura: dal naso – il più visibile e più banale dei tratti ereditati – agli occhi – che sono lo specchio di chi si è – all’intelligenza, che già sembrava intoccabile. E poi l’anima: quella no. Quella sfugge alla trasmissione genetica, alla ripetizione familiare, all’influenza anche dei genitori più presenti.
Quello che si eredita
Hermann Hesse non nega l’eredità, non sta dicendo che i figli nascano in un vuoto privo di storia e di influenze. Il naso, gli occhi, l’intelligenza, si trasmettono con la biologia in modo abbastanza diretto e abbastanza documentabile. E insieme a loro si trasmette molto altro che non è biologico nel senso stretto, ma è ugualmente reale e ugualmente formativo: i modi di stare al mondo che si assorbono per imitazione, le abitudini relazionali che si interiorizzano senza accorgersene, i valori impliciti che respirano nell’aria della casa in cui si cresce, le paure che si imparano guardando i genitori spaventarsi davanti a certe cose e i coraggi che si imparano guardandoli affrontare le difficoltà in un certo modo.
Ho visto mio figlio fare gesti che erano i miei e provare la sensazione strana e bellissima di riconoscermi in qualcuno che non sono io, qualcuno che porta qualcosa di me nel modo di stare nel mondo. Poi l’ho visto fare cose che non avrei mai fatto, scegliere direzioni che non avrei scelto, reagire in modi che non appartengono a nessuna parte di me che conosca. Hermann Hesse dice: quella parte è sua. È sempre stata sua, anche quando era ancora troppo piccolo per mostrarla.
L’anima è nuova
“L’anima è nuova, in ogni uomo”, non solo nei figli, in ogni essere umano senza eccezioni. In ognuno di noi c’è qualcosa che non viene dal passato genealogico, che non si spiega completamente con la famiglia di origine, che non è riducibile a quello che si è ricevuto. Quella cosa nuova è il nucleo più profondo dell’individuo: quello che Hermann Hesse ha passato tutta la sua vita e tutta la sua opera a cercare di proteggere dall’omologazione, dalla pressione sociale, dal conformismo che appiattisce.
Il figlio come persona
Questa frase contiene anche un’indicazione molto pratica per chi si trova a fare il genitore: il figlio non è la propria continuazione nel mondo. Non è il posto in cui si prolunga ciò che si è stati, non è il luogo in cui si riscatta ciò che non si è riusciti a essere, non è la versione migliorata del sé che si sarebbe voluto diventare. Ha un’anima propria: nuova, che non si è ancora vista nel mondo in quella forma specifica, che non appartiene a nessun albero genealogico precedente. Quella va rispettata come tale, anche quando non corrisponde all’idea che si aveva.
Leggi anche: M. R. Parsi: “tutto può cambiare tranne l’amore per un figlio”, se non accogliete i figli, saranno fragili