Galimberti sulla famiglia moderna: drammi, gioie e dolori restano tra le mura di casa, ognuno indossa la sua maschera

Entriamo e usciamo dalle nostre vite come se cambiassimo stanza, senza accorgerci di quante cose lasciamo fuori da noi stessi ogni volta. In casa tratteniamo, fuori controlliamo, e nel mezzo qualcosa si perde senza rumore. Ma è proprio qui che ci raggiunge Umberto Galimberti, che ci spinge a chiederci quando abbiamo iniziato a vivere così, come se ciò che sentiamo dovesse restare sempre un passo indietro rispetto a ciò che mostriamo?

Galimberti sulla famiglia moderna

Il silenzio che abita le mura

Entriamo nelle nostre case come se fossero il luogo che deve proteggerci da tutto, l’ultimo rifugio possibile. E invece, troppo spesso, ci ritroviamo in uno spazio che non unisce, ma separa in silenzio. È qui che ci raggiunge una riflessione di Umberto Galimberti, che non possiamo leggere senza sentirci coinvolti:

“Il nucleo familiare è diventato oggi un nucleo asociale. Quel che succede in casa resta spesso compresso e incomunicato. Quando si esce di casa, ciascuno indossa una maschera, quella convenuta, il cui compito è di non lasciar trasparire nulla dei drammi, delle gioie o dei dolori che si vivono dentro quelle mura ben protette.”

E mentre la leggiamo, nasce un’inquietudine: come se si fosse aperta una porta che tenevamo socchiusa da tempo. Dentro le mura, tutto si abbassa di tono: i conflitti diventano sottofondo, le gioie restano trattenute, i dolori si nascondono nella normalità.

Forse abbiamo imparato a stare insieme senza incontrarci davvero. E vivere così è come muoversi in una stanza senza luce: ci sfioriamo, ma non ci vediamo.

Perché fuori casa indossiamo maschere senza accorgercene?

Poi usciamo. E non è solo un cambio di luogo, ma di ruolo. Non portiamo semplicemente un volto diverso: entriamo in una grammatica sociale già scritta, che impariamo a leggere in fretta. Ogni contesto sembra chiedere una versione precisa di noi. E noi smettiamo di chiederci chi siamo, per chiederci come dobbiamo essere. Così diventiamo abili nel gestire le situazioni, meno nel viverle.

Anche nella famiglia, però, non sempre la verità è completamente nuda: spesso ognuno finisce per costruire un ruolo, una parte riconoscibile e rassicurante. Il genitore forte, quello accomodante, il figlio responsabile o quello “fragile”. E così anche tra le mura di casa, dove tutto dovrebbe essere più autentico, la vita si organizza attorno a piccole maschere che rendono possibile la convivenza.

Nelle relazioni non ci incontriamo più davvero: vediamo efficienza al posto della stanchezza, disponibilità al posto della fragilità. E tutto ciò che non entra in questa traduzione resta fuori campo, ma continua a pesare.

Ebbene, non indossiamo solo una maschera, ma iniziamo a credere che solo una parte di noi abbia diritto di circolare nel mondo.

Dentro e fuori: cosa cambia davvero?

Il punto più profondo non è solo la distanza tra ciò che sentiamo e ciò che mostriamo, ma il fatto che iniziamo a credere che non possa esistere un luogo in cui questa distanza non serva. Così ci abituiamo all’idea che ogni incontro richieda una piccola correzione di noi stessi, una rinuncia a ciò che siamo in quel momento.

Per esempio, durante una cena tra amici possiamo decidere di non parlare di qualcosa che ci ha davvero colpiti, non perché sia irrilevante, ma perché “non è il momento giusto”, oppure perché rischierebbe di cambiare il tono della serata. Le nostre parole diventano sempre più prudenti. Non false, ma filtrate: diciamo ciò che regge la conversazione, ciò che non incrina, ciò che non espone troppo. E senza accorgercene, perdiamo la possibilità di dire ciò che è ancora vivo, fragile, non del tutto formato.

La cosa più sottile è che non lo viviamo come una perdita, ma come equilibrio. Eppure, in questo equilibrio, le relazioni restano vicine senza mai diventare davvero profonde. E noi impariamo una forma discreta di solitudine: essere con gli altri senza sentirci mai davvero raggiunti.

Ricucire il quotidiano: tornare a dirci la verità

E forse è proprio in famiglia che questa cosa si vede meglio: dove dovremmo essere più autentici, spesso diventiamo anche lì un po’ attori senza copione ufficiale. Conosciamo talmente bene i nostri ruoli che a volte li recitiamo perfino a colazione, tra un caffè e una porta che sbatte.

Non si tratta di dire tutto, ma di smettere di selezionare continuamente ciò che di noi può esistere davanti agli altri perché nel momento in cui filtriamo ogni parola, non stiamo solo proteggendo le relazioni: stiamo anche riducendo lo spazio in cui possiamo riconoscerci. E allora la domanda non è quanta verità possiamo permetterci, ma quanta ne abbiamo già esclusa senza accorgercene, fino a farla sembrare superflua.

Concludiamo con l’ennesimo “forse”: è proprio lì che si consuma la distanza più grande: non tra noi e gli altri, ma tra ciò che viviamo e ciò che decidiamo di rendere dicibile.

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