Paolo Crepet lo dice chiaro, senza giri di parole e senza sconti agli adulti. Lo dice in conferenze, in interviste, nei suoi numerosi libri. E ogni volta che lo dice qualcuno si irrita, perché mette il dito esattamente in un posto dove fa molto male riconoscersi. I ragazzi di oggi non sono pigri per natura, non sono vuoti per caso, non sono diversi dai giovani di ieri in modo misterioso e inspiegabile. Sono il risultato preciso di quello che gli è stato dato, e soprattutto di quello che non gli è stato dato.

Cosa diamo ai nostri ragazzi
“Non gli diamo entusiasmo ma gli diamo la paghetta, gli prepariamo lo zaino, facciamo queste cose qui.”
La frase è una lista. Tre cose che i genitori fanno concretamente: non dare entusiasmo, dare la paghetta, preparare lo zaino. È una lista ironica e precisa nella sua deliberata prosaicità, un catalogo di cure materiali che sostituiscono qualcosa di molto più difficile da dare. L’entusiasmo non si compra, non si organizza e non si mette nello zaino. Non si può delegare a nessun corso, a nessuna app, a nessuna attività extrascolastica. Si trasmette nel modo in cui si vive, o non si trasmette affatto.
Cosa manca davvero
Crepet ha anche detto, in un’intervista:
“Ho come l’impressione che questi giovani vengano invitati a cena quando il cuoco ha già mangiato tutto.”
Un’immagine ancora più dura e più precisa della prima. I ragazzi arrivano a una tavola imbandita di elementi materiali – gadget, paghette, zaini ben organizzati, calendari fitti di attività – ma gli adulti hanno già consumato quello che conta davvero: il senso, la direzione, l’entusiasmo per qualcosa che valga la pena cercare.
Come può un ragazzo sviluppare la voglia di cercare qualcosa se non ha mai visto un adulto vicino a lui cercare qualcosa davvero? Come può appassionarsi a qualcosa se intorno ha solo adulti che passano il tempo a gestire, organizzare, ottimizzare, senza mai mostrare una passione autentica?
Il paradosso della cura senza entusiasmo
Crepet identifica un paradosso molto specifico della genitorialità contemporanea: più i genitori si preoccupano del benessere materiale dei figli, più rischiano di trascurare il benessere emotivo e volitivo. La paghetta è misurabile, lo zaino è organizzabile, il calendario delle attività è pianificabile. L’entusiasmo per la vita non lo è. Non si dà per trasferimento bancario. E spesso, nella corsa affannosa a garantire il primo tipo di cura, si dimentica di coltivare il secondo.
C’è anche un’altra dimensione, più difficile da guardare: i genitori che non hanno entusiasmo non lo possono trasmettere. Chi si è rassegnato alla propria routine e non lo ha elaborato, chi ha rinunciato ai propri sogni ma non se n’è fatto una ragione autentica, chi guarda ai figli con l’aspettativa implicita che realizzino quello che loro non hanno realizzato, non ha entusiasmo da dare. Ha al massimo aspettative, che non nutrono.
Un ragazzo che non ha mai visto un adulto entusiasta – per un libro, per un viaggio, per un lavoro che ha senso, per una conversazione appassionante, per qualcosa di cui gli occhi si illuminino davvero – non ha un modello di cosa significhi desiderare qualcosa con intensità. Non sa come si fa nella pratica. E un ragazzo che non desidera niente non è pigro o svogliato per sua natura: è povero di qualcosa di assolutamente essenziale che semplicemente non ha ricevuto. È cresciuto in assenza totale di quell’energia.
Cosa succede quando i giovani non desiderano
Crepet ha detto anche:
“Bisogna avere delle ambizioni, se non avete ambizioni siete morti.”
Non in senso letterale: in senso vitale. Il desiderio è quello che ci muove, che ci fa alzare dal letto con una direzione, che trasforma il tempo in qualcosa di significativo invece che in qualcosa da far passare. Chi non desidera niente non è tranquillo: è spento. E quello spegnimento, Crepet dice con forza, è quasi sempre il riflesso di qualcosa che manca negli adulti intorno, non nei ragazzi.
Chi è Paolo Crepet
Paolo Crepet nasce a Venezia nel 1951. Psichiatra, sociologo, scrittore e conferenziere, è autore di decine di libri sull’educazione, la famiglia e la qualità della vita. Le sue analisi sui giovani e sulla genitorialità sono tra le più citate e discusse nel dibattito italiano sull’educazione. Il suo approccio non è compassionevole nel senso consolatorio del termine; è diretto, a tratti deliberatamente provocatorio, e sempre orientato a mettere in discussione le comodità degli adulti invece di trovare giustificazioni esterne ai problemi dei giovani.
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