Le persone possono farci volare in alto o schiantarci a terra, capitano per caso ma non a caso: una frase di Alda Merini

Tutti abbiamo conosciuto persone che ci hanno dato la sensazione di poter volare e altre quella di schiantarci a terra. Talvolta, le stesse persone che ci hanno fatto volare, alla fine ci hanno fatto anche precipitare, con una cattiveria che ci ha quasi sconvolto. A volte arrivano a casa, ma non per caso. Alda Merini aveva il dono molto specifico di dire in poche parole cose che richiederebbero pagine intere ad altri. Questa frase è uno degli esempi più belli di questo dono, e ci rivela quello che un po’ tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita.

frase di Alda Merini

Le persone che “capitano” nella nostra vita

“Le persone capitano per caso nella nostra vita, ma non a caso. Spesso ci riempiono la vita di insegnamenti. A volte ci fanno volare in alto, altre ci schiantano a terra insegnandoci il dolore… donandoci tutto, portandosi via il tutto, lasciandoci niente…”

La struttura è quella della contraddizione produttiva: per caso, ma non a caso. Il caso nel senso di non pianificato, di non cercato, di arrivato da una direzione imprevista. Ma non a caso nel senso che quell’incontro aveva qualcosa da portare: un insegnamento, una direzione, un dolore necessario.

Per caso ma non a caso

Questa distinzione tra “per caso” e “non a caso” è tra le più precise e più oneste che esistano sugli incontri umani. Si incontra qualcuno in un posto dove non si sarebbe dovuti essere, in un momento in cui non si stava cercando nessuno, attraverso una catena di eventi che non si era pianificata in nessun modo, e quell’incontro cambia qualcosa in modo definitivo.

Era “per caso” nel senso più letterale: non era programmato, non era atteso, non era nel piano. Ma “non a caso” nel senso più profondo: qualcosa di necessario è passato attraverso di lui, qualcosa che aveva bisogno di arrivarti in quella forma e in quel momento.

Penso agli incontri che hanno cambiato la traiettoria della mia vita in modo concreto e permanente. Nessuno era pianificato, nessuno era cercato con quell’intenzione. Nessuno era atteso in quel posto e in quel momento. Eppure, ognuno ha portato qualcosa di preciso: un’apertura, una ferita, una direzione nuova che non avrei trovato altrimenti. Alda Merini lo chiama “non a caso”, e sembra la descrizione più onesta.

Volare in alto e schiantarsi a terra

La Merini non separa le due esperienze: il volo e lo schianto. Le mette nello stesso ragionamento, sullo stesso piano di dignità e di significato. Entrambe arrivano attraverso le persone. Entrambe insegnano qualcosa che non si imparerebbe altrimenti.

Lo schianto insegna il dolore nella sua forma più concreta e più incarnata, e il dolore, dice Alda Merini, è anche un insegnamento necessario. Non nel senso consolatorio e un po’ pigro che “fa bene soffrire” o che la sofferenza nobilita automaticamente, ma nel senso molto più preciso che porta qualcosa che il volo non porta: una conoscenza della propria fragilità, una mappa dei propri limiti, un contatto con qualcosa di essenziale che la leggerezza del volo non tocca.

Donando tutto, portandosi via il tutto

La formula finale di Alda Merini è la più densa e la più dolorosa di tutta la frase. Qualcuno che dona tutto – che apre qualcosa dentro di te, che ti riempie di qualcosa che non sapevi di poter ricevere – e poi si porta via il tutto lasciando niente. O meglio: lasciando uno spazio che prima non c’era, e che fa più rumore del pieno che c’era prima.

Questa è la descrizione dell’incontro che trasforma in modo definitivo e spesso irreversibile. Non quelli che passano leggeri e lasciano un buon ricordo. Quelli che arrivano pieni di qualcosa di essenziale e ripartono portandosi via qualcosa di altrettanto essenziale, e che lasciano uno spazio vuoto con la forma precisa di quello che c’era.

Alda Merini è stata una poetessa italiana, nata a Milano nel 1931 e morta nel 2009, autrice di La Terra Santa, Vuoto d’amore, L’altra verità. Diario di una diversa e di molte altre raccolte poetiche e prose. Ha vissuto l’amore in modo assoluto e totalizzante, il dolore della malattia mentale e degli anni in manicomio, la gioia della creazione poetica, la perdita dei figli e il ritorno alla scrittura, tutto con una pienezza che si sente in ogni verso anche quando il verso è brevissimo. È stata una delle voci più intense, più oneste e più amate della letteratura italiana del Novecento.

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