C’è un momento, nella trasformazione di chiunque, in cui qualcosa di nuovo emerge in superficie, e quel nuovo sembra cancellare, agli occhi degli altri, tutto quello che è venuto prima e che ha reso possibile quella trasformazione. Come se la persona fosse nata già così, già trasformata, senza una storia precedente che valga la pena ricordare. Alda Merini conosceva bene questo meccanismo dall’interno, e lo ha messo in parole con la sua consueta precisione disarmante e priva di autocommiserazione.

Diventare farfalla
“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.”
L’immagine del bruco che diventa farfalla è tra le più usate e tra le più abusate per parlare di trasformazione personale, ma Alda Merini la usa in un modo molto diverso dal solito, quasi capovolto. Non si concentra sulla bellezza del volo finale, su quello che colpisce e commuove. Si concentra su quello che viene dimenticato: il tempo in cui si strisciava, in cui le ali non si volevano nemmeno avere.
“Non volevi le ali”
Questa è la parte più sorprendente e più sottile di tutta la frase. Non dice solo che non c’erano ancora le ali fisicamente, ma dice che non le si voleva avere, che si resisteva a quel cambiamento anche quando in qualche modo era già in corso.
C’è un tempo, in molte trasformazioni umane vere, in cui il cambiamento non è desiderato consapevolmente. In cui si resiste con tutte le forze, si rimane attaccati a quello che si conosce già, anche se è limitante, anche se è doloroso e logorante. Strisciare per terra, paradossalmente, può sembrare più sicuro del rischio sconosciuto di volare.
Questo l’ho vissuto in modo molto diretto dopo la morte di mio padre. Per molto tempo non volevo “le ali”, non volevo trasformare il dolore in qualcosa, non volevo che diventasse un libro, una crescita, una lezione. Volevo solo strisciare per un po’, restare nel lutto senza che nessuno mi chiedesse di volare verso un significato. Quando finalmente ho scritto il mio libro E mia madre cantava (la vita è meravigliosa), qualcuno ha iniziato a vedermi come la donna che aveva trasformato il dolore in qualcosa di bello. Ma c’era stato tutto quel tempo prima, che nessuno aveva visto e che non vedeva più.
Nessuno pensa più
Quella dimenticanza non è cattiveria da parte di chi guarda, ma un meccanismo naturale e quasi automatico dell’attenzione umana, che si concentra su quello che c’è adesso, su quello che si vede in superficie. La farfalla che vola è quello che si vede e che colpisce; il bruco che strisciava appartiene al passato e tende a sparire dalla narrazione collettiva, e a volte anche da quella che ci si racconta di se stessi quando si vuole solo guardare avanti.
Ma quel passato non sparisce davvero, per quanto venga dimenticato dagli altri. Resta dentro chi lo ha vissuto, nelle reazioni che a volte sorprendono, nelle paure che riaffiorano, nella memoria del corpo anche quando la mente ha smesso di pensarci attivamente.
Il valore di ricordarsi del bruco
C’è qualcosa di molto prezioso nel non dimenticare completamente il proprio tempo da bruco, non per restarci o per identificarsi ancora con quella condizione, ma per onorarlo come parte reale del proprio cammino. Quella fase non è stata un errore da cancellare o un semplice ritardo rispetto al volo che sarebbe dovuto arrivare prima. È stata parte necessaria e formativa della trasformazione intera.
Chi dimentica completamente da dove viene rischia di perdere la compassione per se stesso nei momenti di fatica futuri, e perde anche la compassione per chi sta ancora strisciando, magari proprio accanto a lui, magari proprio in questo momento, senza ancora volere le ali.
Alda Merini è stata una poetessa milanese, una delle voci più intense, più amate e più autentiche della letteratura italiana del Novecento, qualcuno che ha attraversato il dolore profondo, la malattia mentale, l’internamento in manicomio per anni, e ne è uscita trasformando tutto quel materiale doloroso in poesia di rara bellezza.