Quante cose, nella tua vita, dipendono da qualcuno o da qualcosa che non controlli? L’approvazione di persone che potrebbero cambiare idea. Il risultato di un progetto che potrebbe andare storto per ragioni indipendenti dalla tua volontà. Il comportamento di qualcuno che potrebbe deluderti o allontanarsi. Il giudizio di un del tuo capo o dei tuoi genitori. Ogni volta che si appoggia la propria felicità a qualcosa di esterno, la si consegna a qualcosa che non si governa. E allora la felicità oscilla, dipende dall’umore di qualcun altro, dall’esito di qualcosa che non si controlla, e non si sa mai bene di chi sia la colpa quando non c’è. Questa non è pace: è una forma di dipendenza molto sottile e molto esigente, e Cicerone ce lo spiega bene con questa sua frase, indicandoci anche il modo per liberarci.

Quando è impossibile essere infelici secondo Cicerone
“È impossibile che non sia felice chi dipende totalmente da se stesso e che punta tutto soltanto su di sé.”
La struttura logica della frase è quella dell’impossibilità, formulata in modo molto netto e senza attenuazioni: non “è difficile essere infelici se si dipende da se stessi”: è impossibile. Non sta facendo una concessione alla complessità della vita emotiva. Sta facendo un’affermazione molto forte.
Dipendere da se stessi
Cosa significa “dipendere totalmente da se stessi” nella concretezza della vita? Non l’autosufficienza nel senso radicale e antisociale di non aver bisogno di nessuno. Cicerone era profondamente immerso in relazioni, amicizie profonde, vita politica intensa. Non stava predicando il ritiro dal mondo. Significa qualcosa di molto più preciso e molto più praticabile: che la propria felicità fondamentale non sia condizionata dall’esito di cose che non si controllano. Che quando si va bene o si va male, il parametro principale sia interno – i propri valori, le proprie scelte, il proprio carattere – e non esterno.
Puntare tutto su di sé
“Punta tutto su di sé”: non nel senso del narcisismo o dell’egoismo indifferente agli altri, ma nel senso di fare del proprio sviluppo interiore, delle proprie scelte consapevoli, del proprio carattere il luogo principale e fondamentale dell’investimento di energia e di attenzione.
Quella è la tradizione stoica nella sua versione più concreta e più praticabile: non che il mondo esterno non conti – conta moltissimo – ma che il modo in cui ci si rapporta al mondo esterno dipenda da quello che si costruisce dentro, e non viceversa.
L’impossibilità dell’infelicità
Chi ha costruito questa dipendenza interna nel tempo – chi non aspetta il giudizio del mondo per sapere se vale qualcosa, chi non condiziona la propria serenità all’esito di cose che non controlla – ha qualcosa che il mondo non può togliergli neanche nelle situazioni più avverse. Non è l’assenza di dolore: è una stabilità di fondo che rimane anche quando il dolore c’è, quando le cose non vanno, quando il mondo esterno è difficile.
Una pratica, non uno stato
Dipendere da se stessi non è una condizione acquisita una volta per tutte e poi posseduta senza sforzo. Non è una conquista che si fa e si tiene per sempre. È una pratica quotidiana, un lavoro continuo su dove si mette il centro di gravità in ogni situazione. Si lavora su questo ogni giorno, in ogni piccola scelta concreta tra andare da dentro o da fuori, tra aspettare la conferma esterna o fare quello che si ritiene giusto senza aspettarla.
Marco Tullio Cicerone è stato oratore, filosofo, avvocato e statista romano, autore del De Officiis, delle Tusculanae Disputationes e di numerose opere morali e politiche che hanno attraversato i secoli, console nel 63 a.C. e protagonista di uno dei periodi più drammatici della storia romana.
Leggi anche: La vecchiaia è davvero la fine di tutto o può ancora essere piena di piaceri? Dialogo tra Cicerone e Seneca