Chi è cresciuto in una famiglia numerosa sa benissimo com’era: litigare era normale, litigare era quotidiano, litigare era parte del paesaggio sonoro domestico quanto i pasti e i compiti. C’era sempre qualcuno che toccava le cose dell’altro, qualcuno che occupava troppo spazio, qualcuno che non era d’accordo su niente. E i genitori non cercavano mai di eliminarlo: cercavano di tenerlo entro certi limiti che garantissero la sopravvivenza domestica, non la sua scomparsa. Daniele Novara descrive con grande chiarezza come quel rapporto con il conflitto tra fratelli sia cambiato radicalmente nel corso di qualche decennio, e cosa comporta questa trasformazione per i figli che crescono oggi.

Lo sguardo del padre di una volta
“Il padre-padrone e la madre dominante di una volta sui litigi sembravano avere il pieno controllo. Bastava uno sguardo penetrante ed eloquente per bloccare i figli, zittirli e rendere innocua la loro smania di azzuffarsi. A volte anche la semplice frase: ‘Se non la smettete lo dico al papà quando torna’ poteva essere sufficiente.”
C’è una gerarchia implicita in questo sistema, che oggi suona antiquata e a tratti persino inquietante, ma che aveva un effetto pratico molto preciso: i conflitti tra fratelli venivano contenuti da un’autorità esterna che non discuteva, non spiegava, non mediava e non negoziava. Bastava esistere. Bastava la certezza che quella presenza avrebbe avuto l’ultima parola.
I genitori di oggi e il conflitto come incidente
“Le mamme e i papà di oggi desiderano che il figlio o la figlia siano felici, che possano realizzarsi e stare bene tra le mura domestiche. I litigi quindi appaiono come veri e propri incidenti di percorso, che non hanno ragione d’essere e che non devono accadere.”
Questa è la trasformazione centrale che Novara descrive con grande lucidità. Il conflitto – che è sempre stato una parte normale, fisiologica e inevitabile della vita in comune tra esseri umani che vivono nello stesso spazio – è diventato qualcosa di anormale, qualcosa che non dovrebbe esistere, quasi un segnale di allarme. Un fallimento della famiglia come sistema. E quando si percepisce il litigio tra fratelli come un fallimento di qualcosa che dovrebbe funzionare meglio, ogni litigio diventa una piccola crisi che richiede intervento immediato.
Io che sono cresciuta in una famiglia numerosa conosco molto bene questo aspetto e, nonostante tutto, ho difficoltà a gestire i litigi di mio figlio, con i cugini nel mio caso, perché lui è figlio unico. Riconosco che li tratto come qualcosa da eliminare invece che da gestire, invece che da attraversare insieme, e così rendo tutto più difficile, per me e per lui.
Il conflitto come palestra
Il punto di Novara non è che il modello autoritario del passato fosse migliore di quello attuale. È che l’eliminazione del conflitto come obiettivo produce un danno molto specifico e molto prevedibile: toglie ai bambini la palestra naturale in cui imparano a gestire il disaccordo, la frustrazione, la negoziazione reale. Queste capacità non si imparano leggendo libri sull’empatia; si imparano litigando e facendo pace, perdendo e vincendo, sbagliando sotto gli occhi di qualcuno che poi aiuta a capire cosa è successo e come si poteva fare diversamente.
I figli che non imparano a litigare in casa – e soprattutto che non imparano a fare pace dopo – si trovano impreparati quando il conflitto arriva fuori: con i compagni, con i colleghi, nelle relazioni. E arriva sempre.