Ci sono confessioni che richiedono un coraggio enorme, e che aprono una porta non solo per chi parla, ma anche per chi ascolta. Gabriella Tupini ha condiviso pubblicamente la sua storia. Una storia che contiene qualcosa di prezioso per chiunque porti un peso simile: il riconoscimento del trauma come inizio, non come fine.

La confessione di Gabriella Tupini
“Quando ho capito cosa mi avevano fatto da bambina, cioè ho capito di aver subìto non solo abusi, ma anche torture fisiche, ho chiesto all’Universo di risparmiarmene il ricordo, e devo dire che l’Universo mi ha accontentata. Però sia chiaro: io ne avevo la certezza. L’avevo capito dai miei sintomi, dalle mie fantasie sessuali e da come stavo. Stavo malissimo. Mi lasciavo sempre come ultima chance quella di farla finita. Cioè l’ultima mia soluzione per non soffrire, era farla finita. E pensavo: ‘Vabbè, io domani posso farla finita e mettere fine a tutto questo’. Allora aspettavo domani, sperando che accadesse qualcosa. E così ho vissuto per diverso tempo. Poi piano piano ho capito, e allora ho smesso di desiderare di farla finita, e ho capito da dove mi veniva tanto dolore.”
Il riconoscimento come primo passo
Quello che Gabriella Tupini descrive è un percorso che molte persone conoscono dall’interno, anche se poche trovano le parole per dirlo. Stare malissimo senza sapere esattamente perché – o sapendolo a un livello che non si riesce a nominare chiaramente – è una delle forme di dolore più difficili da affrontare, perché non ha un motivo visibile che giustifichi la sua intensità agli occhi del mondo e a volte neanche ai propri.
La parte cruciale non è il dolore: è il “poi piano piano ho capito”. Quel capire ha cambiato tutto. Non perché il trauma fosse sparito, non sparisce mai del tutto. Ma perché aveva un nome. Non era lei ad essere sbagliata. Era qualcosa che le era stato fatto.
Perché riconoscere il trauma importa
La psicologia del trauma ha documentato in modo molto preciso quello che Gabriella Tupini descrive: i sintomi del trauma infantile spesso non arrivano come ricordo esplicito, ma come sensazione corporea, come reazione sproporzionata a certi stimoli, come dolore che non ha un perché riconoscibile.
Riconoscere che quel dolore viene da qualcosa di reale – che non si è “troppo sensibili”, che non si è sbagliati – è il primo passo fondamentale. Non la guarigione istantanea, ma il passaggio da vittime inconsapevoli di qualcosa di incomprensibile a persone che sanno da dove viene quello che portano.
Il peso dello stigma
Storie come quella di Gabriella Tupini rompono il silenzio che ancora circonda gli abusi intrafamiliari, quelli avvenuti in un ambiente che doveva essere sicuro, da parte di persone di cui ci si doveva fidare. Quel silenzio non protegge le vittime: le isola. Le lascia sole con qualcosa che la cultura spesso non aiuta a nominare.
Parlarne con il coraggio che ha mostrato Gabriella Tupini non è solo un atto personale. È un atto che crea spazio perché altri riconoscano la propria storia.
Aspettare domani come forma di sopravvivenza
Tenere aperta la porta del “domani” anche nel momento più buio – aspettando che accada qualcosa – è spesso quello che permette alle persone di continuare fino a quando arriva qualcosa che cambia la direzione. Per Gabriella Tupini, quel qualcosa è stato il riconoscimento.
Gabriella Tupini è psicologa, psicoterapeuta, autrice, consulente sulla crescita interiore e sulla psicologia dell’emozione, una delle voci più originali e più coraggiose su questi temi.
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