Qual è il modo migliore per vivere bene? Dialogo tra Oscar Wilde e Friedrich Nietzsche

Era sabato mattina e il mercato di piazza Navona era già pieno di gente. Bancarelle, voci, odore di pane caldo e caffè. Marta, trentasei anni, insegnante di lettere, era seduta a un tavolino fuori da un bar con un cappuccino che si stava freddando e il telefono in mano, ma non lo guardava. Stava guardando la piazza, con quell’aria di chi ha una domanda in testa e non sa ancora come formularla.

La domanda, se avesse dovuto dirla ad alta voce, era questa: sto vivendo bene?

Non era una crisi. Non era un dramma. Era solo quella cosa che capita in certi sabato mattina, quando il rumore della settimana si abbassa e rimane il silenzio, e nel silenzio si sente qualcosa che di solito non si sente.

Fu in quel momento che ai due tavolini accanto si sedettero Oscar Wilde e Friedrich Nietzsche.

NOTA: Chiaramente, la scena è volutamente inventata e il contesto è scelto per trasportare i nostri personaggi nel presente, in modo da sentirli più vicini a noi. Ma le frasi e i concetti sono i loro, ed è quello che ci direbbero, oggi, se ancora fossero tra noi.

vivere bene

Oscar Wilde e Friedrich Nietzsche ci spiegano qual è il modo migliore per vivere bene

Oscar Wilde arrivò per primo, con una giacca color senape che non avrebbe dovuto funzionare e invece funzionava benissimo. Ordinò qualcosa di frizzante, guardò la piazza con soddisfazione e disse, a nessuno in particolare:

«Ho sempre pensato che “vivere è la cosa più rara del mondo: la maggior parte della gente esiste, ecco tutto”.»

Nietzsche arrivò subito dopo, si sedette senza togliersi il cappotto, e guardò la piazza con l’espressione di chi sta già pensando a qualcos’altro. «Esistere o vivere: la distinzione è giusta,» disse. «Ma vivere, per lei, significa cosa? Godere?»

«Significa, tra le altre cose, che “il segreto della vita è nel coltivare i propri sensi”.» Oscar Wilde sorrise. «La bellezza, il piacere, l’intensità. Non come superficialità: come intelligenza.»

«Intelligenza,» ripeté Nietzsche, con un tono che non era ancora ironico, ma ci stava arrivando. «Io la metterei diversamente. “Diventa ciò che sei”. Questo è vivere. Non godere di ciò che c’è, ma costruire ciò che puoi essere

Marta, senza volerlo, aveva smesso di guardare la piazza e stava guardando loro.

«Spieghiamoci,» disse Nietzsche. «Lei dice che bisogna vivere con bellezza e piacere. Ma di quale piacere parla? Quello di una bella cena, di un vestito elegante, di una serata riuscita?»

«Anche,» disse Oscar Wilde. «E non lo dica con quel tono. “Non voglio essere alla mercé delle mie emozioni. Voglio usarle, goderne e dominarle”. Sa quante persone si privano di tutto – del buon vino, di una conversazione brillante, di un pomeriggio perso a non far niente – in nome di qualche dovere che poi non le rende nemmeno felici

«Lo so benissimo,» disse Nietzsche. «E ha ragione che è uno spreco. Ma il piacere senza direzione è un altro spreco. Si può passare una vita intera a cercare la prossima cosa bella e arrivare alla fine senza essersi mai chiesti chi si è davvero. Io credo che “ciò che non mi uccide mi rende più forte”. Anche il disagio. Anche la fatica di scegliere.»

«Bella frase,» disse Oscar Wilde. «Ma attenzione: si può anche sopravvivere a tutto e non imparare niente

Nietzsche lo guardò. «Solo se non ci si interroga su quello che si è attraversato.»

Marta posò il telefono sul tavolo.

Lei aveva una vita piacevole, o almeno così le sembrava dall’esterno. Un lavoro che le piaceva, un appartamento suo, amici con cui uscire il sabato sera. Ma c’era qualcosa che non tornava. Come se vivesse una vita che andava bene, ma non era del tutto sua. Come se avesse scelto tutto per ragioni giuste, ma non sempre per ragioni vere. Wilde o Nietzsche? Non lo sapeva ancora.

«Il punto,» disse Oscar Wilde, «è che lei, Nietzsche, fa della vita una fatica. Diventare chi si è, superare se stessi, sopportare il dolore come se fosse una medaglia: ma quando ci si ferma?Io non voglio andare in paradiso. Nessuno dei miei amici ci sarebbe”.» Rise. «Voglio dire: quando si gode? Quando si dice: questo momento è bello, e basta?»

«Capisco l’ironia,» disse Nietzsche, «ma le rispondo seriamente. Quel momento arriva. Ma è la conseguenza di qualcosa, non il punto di partenza. “L’uomo è qualcosa che deve essere superato”. Non per masochismo: per fedeltà a se stessi. Arriva quando hai smesso di vivere la vita che ti aspettavi e hai iniziato a vivere quella che sei capace di costruire. Anche se fa paura. Anche se delude qualcuno.»

Oscar Wilde lo guardò con curiosità genuina. «E se quello che si è, una volta trovato, è qualcuno che ama il piacere, la bellezza, la leggerezza?»

«Allora benissimo,» disse Nietzsche. «Ma deve essere una scelta vera, non una fuga.»

«E come si distinguono?»

«La fuga ha bisogno di rumore costante. La scelta regge anche il silenzio

Marta sentì quella frase come uno schiaffo gentile.

Lei non reggeva il silenzio. Anzi, lo evitava. Il podcast nelle orecchie mentre camminava, la serie tv la sera, il telefono nei momenti di pausa. Non perché fosse stupida o superficiale. Ma perché nel silenzio arrivava quella domanda – sto vivendo bene? – e non sapeva cosa rispondersi.

Forse era questo il problema. Non che la sua vita fosse sbagliata. Ma che non aveva ancora deciso davvero cosa voleva che fosse.

«Senta,» disse Oscar Wilde, «io non sono contro la profondità. “Sono contro la superficialità, ma anche contro la serietà inutile”. Conosco persone che si fanno del male in nome della crescita personale, che rinunciano a tutto, che si mettono sempre alla prova, che non si concedono mai niente, e non sono più felici. Sono solo più stanche.»

«Concordo,» disse Nietzsche, con una franchezza inaspettata. «Non ho mai detto che bisogna soffrire per principio. Ho detto che “occorre avere il coraggio di seguire la propria strada, anche se è scomoda”. C’è differenza enorme tra cercare il dolore e non fuggirlo quando fa parte di qualcosa di vero

«Quanta differenza?»

«Tutta. Cercare il dolore è masochismo. Accettarlo quando fa parte di una scelta vera è coraggio

Oscar Wilde annuì lentamente. «Va bene. Su questo troviamo un accordo. Niente dolore per principio, niente piacere come fuga. Ma allora cosa resta?»

Nietzsche guardò la piazza per un momento. I bambini che correvano vicino alla fontana, un vecchio che leggeva il giornale, una coppia che litigava sottovoce e poi rideva.

«Resta questo,» disse. «Scegliere davvero. “Il segreto per raccogliere la più grande produttività e il maggior piacere dall’esistenza è vivere pericolosamente”. Non nel senso letterale: nel senso di non accontentarsi della vita più comoda e più sicura. Ma fermarsi e chiedersi: se potessi scegliere senza che nessuno mi giudichi, cosa sceglierei?»

«E poi?» disse Oscar Wilde.

«E poi farlo.»

«Con bellezza, spero,» disse Oscar Wilde.

«Con stile,» disse Nietzsche, e per la prima volta quella sera sorrise. «Anche questo conta.»

Marta prese il cappuccino ormai freddo e lo finì in un sorso.

Aveva trentasei anni. Insegnava letteratura. Aveva scelto quel lavoro perché le piacevano le storie, e continuavano a piacerle. Ma c’era un’altra storia, quella che non aveva ancora iniziato a scrivere. Una cosa che voleva fare da anni – non lo diceva a nessuno, quasi non lo diceva a se stessa – e che continuava a rimandare perché non era il momento, perché era rischioso, perché forse non era abbastanza brava.

Non era una cosa enorme. Non stava parlando di lasciare tutto e andare a vivere in un altro paese. Era una cosa sua, piccola e importante, che aspettava.

Quel mattino, in quella piazza, capì che il momento non sarebbe mai arrivato da solo. Doveva essere lei a deciderlo.

Oscar Wilde e Nietzsche si alzarono quasi insieme, come se avessero finito quello che dovevano dirsi.

«Allora,» disse Oscar Wilde, «vivere bene.»

«Vivere bene,» confermò Nietzsche.

«Lei dice: diventa chi sei

«Lei dice: fallo con bellezza

«In fondo,» disse Wilde, «non c’è che un modo per vivere: circondati delle cose belle che ami.»

«E un solo modo per trovare quelle cose,» disse Nietzsche. «Avere il coraggio di cercarle davvero.»

Si allontanarono in direzioni opposte, nella piazza piena di gente e di rumore e di sabato mattina.

Marta rimase seduta ancora un po’. Poi prese il telefono – non per guardare i social, questa volta – e scrisse una nota a se stessa. Tre parole soltanto. Quelle che bastano, quando finalmente sai cosa vuoi dire.

Poi lasciò i soldi sul tavolo e si alzò.

Cosa ci lascia la lezione di Oscar Wilde e Nietzsche?

Vivere bene non è scegliere tra il piacere di Oscar Wilde e la trasformazione di Nietzsche. È capire che il piacere vero – quello che nutre davvero, non quello che distrae – viene da una vita scelta. E che diventare chi si è non significa soffrire, ma avere il coraggio di smettere di rimandare.

Quella cosa che aspetti da anni – quella piccola o grande cosa che sai già di volere ma continui a spostare – forse non ha bisogno di un momento perfetto. Ha bisogno solo che tu decida che è il momento.

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