Ci sono argomenti che la cultura tratta con tale seriosità, tale rispetto reverenziale, tale pelosa e soffocante delicatezza da renderli impossibili da avvicinare senza ansie, senza sentirsi in dovere di adottare il tono giusto: grave, empatico, mai ironico. La menopausa è uno di questi argomenti. Si parla di “cambiamento della vita”, di “nuova fase”, di “maturità femminile”, sempre con quella gravità che, paradossalmente, finisce per pesare quanto la cosa stessa. E poi arriva Luciana Littizzetto con questa frase. E improvvisamente si può anche ridere. Non invece di capire: insieme a capire.

I cinquant’anni dal punto di vista di Luciana Littizzetto
“A cinquant’anni smetti di essere ovaiola e diventi gallina da brodo.”
La metafora è avicola, è diretta, è anatomicamente, accurata in modo completamente inaspettato e terribilmente buffo. Non c’è nessuna pietà pelosa, nessun eufemismo consolatorio, nessun “cambiamento della vita” o “nuova fase femminile”. C’è la gallina da brodo, chiara, senza fronzoli.
Il coraggio dell’ironia
Ridere della menopausa non è facile, o meglio, non sembra concesso culturalmente. È un argomento che viene trattato come una tragedia privata da affrontare in silenzio, con dignità, preferibilmente senza farne parola in pubblico e con il tono giusto quando proprio non si può evitare. Come se riderne fosse un tradimento della propria sofferenza o un modo di sminuirla.
Luciana Littizzetto sfonda quella norma non scritta con un’immagine che è al tempo stesso irriverente e genuinamente affettuosa. L’ironia non banalizza quello che si sta attraversando: lo riconosce in modo diverso. Non dice “non è una cosa seria”: dice “anche le cose serie meritano una risata, perché la risata è un modo di starci dentro senza esserne sopraffatte”.
Devo ammettere che quando ho letto questa frase per la prima volta ho riso di cuore, di quel riso improvviso che arriva prima che la testa abbia il tempo di valutare se sia appropriato ridere. E poi mi sono resa conto che era la prima volta in assoluto che ridevo su questo argomento specifico. Non perché non ci fosse nulla di divertente nella situazione, ma perché nessuno si era preso il permesso culturale di trovarlo tale, almeno non in modo così esplicito. Luciana Littizzetto se l’è preso, come sempre.
Gallina da brodo, non tacchina del giorno del ringraziamento
Vale la pena stare sull’immagine un momento, perché è più ricca di quanto sembri. La gallina da brodo non è finita: è diventata un’altra cosa, con un’altra funzione e un altro valore. Il brodo di gallina è caldo, è sostanzioso, è denso di sapore che viene dall’esperienza. È quello che si dà a chi sta male e ha bisogno di qualcosa di vero, di essenziale, non di qualcosa di esteticamente perfetto o di facile consumo. C’è un tipo di utilità profonda, di sapore accumulato nel tempo, che appartiene alla gallina da brodo e che l’ovaiola – bella, produttiva, efficiente – non ha ancora avuto il tempo di sviluppare.
L’immagine, se ci si pensa senza fretta, non è solo comica. È anche – involontariamente o forse molto deliberatamente – abbastanza onesta su quello che cambia e su quello che invece rimane, o addirittura si intensifica.
Sdrammatizzare non è sminuire
C’è una differenza importante e non sempre facile da vedere tra ridere di qualcosa e ridere di qualcuno. Luciana Littizzetto ride di qualcosa che conosce dall’interno, una condizione femminile universale e condivisa da tutte – nessuna esclusa – che merita anche l’ironia, non solo la solennità rispettosa.
La leggerezza non sminuisce il peso reale di quello che si attraversa quando si attraversa questa transizione. A volte lo rende più portabile, più condivisibile, meno isolante. A volte, ridere insieme è la forma di solidarietà più onesta che esista.
Luciana Littizzetto è attrice, comica, conduttrice e scrittrice torinese, co-conduttrice di Che tempo che fa per molti anni, autrice di numerosi libri comici e una delle voci satiriche più riconoscibili e più amate della televisione italiana.
Leggi anche: Cara donna che ti guardi allo specchio e vedi i cambiamenti del tempo, Simone de Baeuvoir ti scrive questa lettera