Anche chi ama la solitudine ha bisogno di qualcuno a cui dire che la solitudine è bella

C’è qualcosa di paradossale nell’amore per la solitudine, e Balzac l’aveva visto con la precisione di chi scriveva di esseri umani ogni giorno per ore, instancabilmente, costruendo un catalogo di caratteri e di contraddizioni umane che non ha equivalenti nella letteratura francese. Honoré de Balzac aveva trovato per questo paradosso specifico una frase che fa sorridere di riconoscimento chi la legge, perché descrive qualcosa che tutti conoscono. ma che nessuno aveva ancora nominato così bene.

chi ama la solitudine

Amare la solitudine, ma in compagnia

“La solitudine è bella, ma abbiamo bisogno di qualcuno a cui dire che la solitudine è bella.”

La struttura della frase è quella del paradosso circolare e quasi vertiginoso: si vuole la solitudine, ma per goderne appieno, per sentirla completa, si ha bisogno di condividerla con qualcuno, il che la dissolve per definizione. Il desiderio di stare sola porta con sé, come un’ombra inseparabile, il desiderio di raccontare quel desiderio a qualcuno.

L’amore per la solitudine

C’è un tipo di persona – e chi legge questa frase spesso ci si riconosce con una piccola fitta di piacere – che ama davvero la solitudine in modo profondo e autentico. Non come ripiego sociale, non come consolazione per una mancanza di compagnia che si vorrebbe invece avere, non come adattamento a circostanze solitarie. Ma come bisogno genuino e specifico di spazio, di silenzio, di tempo con se stesso senza che nessun altro lo popoli. La solitudine come condizione in cui si ricarica, in cui si pensa con più chiarezza, in cui si è più interi e più vicini a se stessi.

Mi riconosco moltissimo in questa frase, quasi in modo imbarazzante. Sono una donna che ama la solitudine in modo molto reale e molto specifico: non la sopporto passivamente, la cerco attivamente, la sento necessaria per funzionare bene. Ho bisogno di certi momenti di completa solitudine per essere una persona intera. Eppure, quando la vivo bene, quando la solitudine è quella giusta e ha quella qualità che cercavo, la prima cosa che mi viene naturale è volerla raccontare. A qualcuno che capisce. Il che significa, inevitabilmente, che ho bisogno di quel qualcuno.

Il bisogno del testimone

“Abbiamo bisogno di qualcuno a cui dire”: non di qualcuno con cui stare fisicamente, non di qualcuno che ci faccia compagnia nel senso ordinario del termine. Di qualcuno a cui dire. Il bisogno non è la presenza fisica continuata degli altri: è il testimone, quella figura specifica che sa, che riconosce, che può ricevere quella condivisione senza svuotarla di senso.

Questo svela qualcosa di importante e di quasi commovente sulla natura umana: anche l’esperienza più intima e più personale – anche quella costruita deliberatamente sull’assenza degli altri – ha bisogno di un interlocutore per essere davvero completa. La solitudine vissuta e non raccontata rimane, in qualche modo, non del tutto vissuta.

Il paradosso come ritratto

Balzac non stava condannando questa contraddizione come una forma di incoerenza da correggere. La stava ritraendo con affetto e con quella lucidità benevola che è la marca del grande romanziere di costume. Il bisogno di “dire” la solitudine a qualcuno non è debolezza né incoerenza logica: è la natura profondamente relazionale dell’essere umano, che si manifesta anche nel posto in cui meno ci si aspetterebbe di trovarla, anche nel momento in cui si è scelto deliberatamente di stare senza gli altri. L’essere umano è fatto per la connessione, anche quando ama e sceglie la solitudine.

Honoré de Balzac è stato romanziere e saggista francese, nato nel 1799 e morto nel 1850, autore della Comédie humaine – oltre novanta romanzi e racconti – una delle imprese letterarie più straordinarie della letteratura mondiale.

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